Ogni quattro anni, con le estati olimpiche a riempire giornali ed esultanze, spunta qualche atleta che dal semi anonimato passa alla gloria. Questione di minuti: di prestazioni più o meno perfette che valgono le medaglie ai Giochi e l’ingresso nella ristretta categoria degli sportivi che ce l’hanno fatta. Di solito succede nelle discipline minori, definite così a causa dell’insopportabile vizio di pesare l’importanza di uno sport in base al seguito di pubblico. Ma tant’è. Non è questo il punto. Fatto sta che da essere nessuno, diventi un Dio. Per qualche giorno. E approfitti della ribalta mediatica. E ripensi a tutti i sacrifici fatti. E partono i ringraziamenti. Fateci caso: il primo grazie di solito è per “il mio maestro, quello che ha creduto in me e mi ha spinto a continuare nonostante le difficoltà”. Ecco: i primi maestri, quelli che insegnano sport, che crescono uomini e donne per farli diventare campioni. Vogliamo raccontarli così: capire il loro modo di intendere la competizione, scoprire i loro metodi, conoscere i loro aneddoti, sapere da chi hanno imparato. Ci saranno maestri noti e meno noti, espressione di discipline con grande o poco seguito. Unico comune denominatore: loro sono lo sport che insegnano e che hanno contribuito a migliorare. (Pi.Gi.Ci.)

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“Rimasi qualche anno fuori dal calcio, poi nel 1973 iniziai ad allenare il Fusignano in Seconda Categoria. Lavoravo nella fabbrica di mio padre, quando mi chiamò il bibliotecario del paese Alfredo Belletti, che del club era il presidente. Non avevo ancora iniziato e già parlavo come il peggiore degli allenatori, chiedendogli un libero. Belletti mi portò in spogliatoio, tirò fuori da una borsa la maglia numero sei e mi disse che il libero me lo sarei dovuto costruire da solo con le idee e il lavoro. Da giocatore nei dilettanti non avevo avuto veri maestri perché allora nel calcio italiano non si andava in profondità sulle cose. E così ebbi la mia prima lezione. Quel mio Fusignano giocava già una zona mista con il libero e un terzino capocannoniere”.

Il calcio era la sua ossessione anche prima di allora?
“Una vicina di casa aveva il televisore e durante il mondiale del 1954 andavo da lei a vedere le immagini dell’Ungheria. Poi mi sarei appassionato anche del Brasile e del Real Madrid. Mi piacevano le squadre straniere perché mi davano emozioni e mi divertivano. Quelle italiane no, il calcio è il riflesso della cultura di un Paese e della sua storia e in Italia avevano trasformato questo sport, inventato come un gioco di squadra e offensivo, in uno individuale e difensivo”.

Il pallone era anche una questione famigliare?
“Mio papà Augusto aveva giocato negli anni Trenta come centrocampista della Spal e della Portuense di Paolo Mazza in Serie C. Era un lombardo trasferitosi a Ferrara perché lì c’era un aeroporto di aerosiluranti e lui era un aviatore. A casa nostra entravano solo giornali milanesi, infatti mio fratello più grande era tifoso del Milan e io dell’Inter. Giocai a calcio anch’io e fino a 19 anni speravo di diventare un calciatore professionista. Il mio allenatore in Quarta Serie al Baracca Lugo era Gino Pivatelli, ex gloria del Milan. Alla prima di campionato giocai male e capii che dovevo smettere”.

Diventato allenatore andava a studiare il lavoro degli altri?
“Sì, guardavo gli allenamenti di Radice, Bersellini, Marchioro e Vinicio. Ero una spugna che assorbiva tutto senza rubare niente. Visionavo e miglioravo: ho sempre avuto la certezza che si potesse fare di più e meglio. Un’attitudine che mi costerà molto a livello di stress. Quando smisi di allenare andai dallo psicologo che conosceva quello che avevo fatto nel calcio e mi disse: guardi che non è normale quello che lei ha fatto in tanti anni di panchina”.

Che ricordi ha delle scuole federali per allenatori?
“Dopo aver fatto il primo corso con Silvio Piola come docente, nel 1978 mi iscrissi al Supercorso di Coverciano dove incontrai Zeman, che era già bravissimo. Siccome si frequentavano le lezioni dal lunedì al venerdì, non me la sentii di continuare ad allenare il Bellaria, io non sono un mago ma uno che ha bisogno di lavorare per ottenere risultati. Consigliai allora al presidente di prendere al mio posto Natale Bianchedi – che sarebbe poi diventato il mio osservatore di fiducia al Milan – perché lui aveva un’idea di calcio molto simile alla mia. A Coverciano io e Zeman eravamo gli unici presenti a tutte le lezioni, gli altri erano ex calciatori come Salvadore, Puja, Cereser, Stacchini, Mondonico – con cui mi divertivo a giocare a tennis – e pensavano di sapere già tutto del pallone perché per loro il calcio rimaneva sempre uguale a stesso”.

Quale è stata la prima squadra affrontata che giocava un calcio simile al suo?
“Credo sia stata la Carrarese di Orrico, che si schierava a zona e senza libero. Quelli erano anni pioneristici: nel 1982-83 con il Treviso giocava il centravanti Bergamaschi e dopo la partita contro il mio Rimini disse: così non si può giocare, sono sempre tre contro uno”.

Che tipo di calciatori le piaceva allenare?
“Io ho sempre allenato la squadra non un singolo. Non guardavo i piedi ma le persone. In principio fui costretto a fare così per via dei giocatori che mi davano. Zoratto e Walter Bianchi me li sono portati con me perché li stimavo soprattutto come uomini. A Parma invece avevo due calciatori che parlavano in continuazione di soldi. E allora meglio rimanere amici e andare ognuno per la propria strada. L’avidità toglie creatività e generosità”.

I soldi per lei non sono mai stati fondamentali?
“Avrei potuto prenderne tre volte tanti. A Parma ho rinunciato dopo tre partite e avevo firmato il contratto più alto della mia vita”.

Le piaceva avere a disposizione calciatori già campioni?
“No, perché generalmente rompono lo spogliatoio. Anche quelli intelligenti se hanno ottenuto successo in un certo modo difficilmente riescono a mettersi in discussione”.

Il cosiddetto Sacchismo applicato tale e quale nel calcio di oggi risulterebbe ancora vincente?
“Nel mondo del calcio ci si deve aggiornare quotidianamente sennò diventi immediatamente un retrò”.

In che stato di salute si trova il calcio italiano?
“È in difficoltà per colpa di dirigenti che purtroppo non amano e non conoscono il calcio e sono pieni di presunzione e arroganza. Va ricordato che prima viene la squadra del singolo e prima di tutto la società. Io sono stato molto fortunato nella mia carriera perché ho incontrato sempre dirigenti con pazienza e intelligenza. Al Milan con Berlusconi come al Bellaria, quando dopo un pareggio e 5 sconfitte mi dimisi ma il presidente si oppose”.

Come si gioca oggi in Serie A?
“Una volta in Italia la partita viveva di pochi episodi e si perdeva a causa di un soffio di vento. Oggi è diverso, soprattutto per merito delle squadre piccole che hanno coraggio di giocare al calcio, riducendo il tatticismo al minimo. Fa specie che questo lo dovrebbero fare le big, eppure spesso se lo dimenticano…”

I suoi allievi la chiamano per avere consigli?
“Ancelotti e Rijkaard lo facevano spesso. Per me è un orgoglio quando i giornali o le istituzioni li inseriscono nelle classifiche dei migliori. Ora Carlo mi chiama meno e allora lo prendo in giro dicendogli che ormai è diventato un professore che sa tutto. Ai primi tempi con il Milan Ancelotti lo facevo allenare anche con la Primavera: per farlo diventare il direttore d’orchestra, serviva che imparasse la mia musica”.

È orgoglioso di ciò che ha realizzato in carriera?
“Col Milan siamo andati oltre il sogno, nessuno poteva pensare di arrivare così in alto. Quando sono andato via ho detto ai ragazzi che avrebbero continuato sì a vincere ma non avrebbero mai più giocato così bene”.

Che ricordo ha dell’esperienza mondiale nel 1994?
“Quella Nazionale è andata al di là delle proprie possibilità. Oggi quella squadra non ottiene i giusti riconoscimenti perché la cultura italiana non valuta il merito ma solo il successo. Io invece detesto la furbizia”.

Si pente di qualcosa?
“Quando uno ha dato tutto se stesso, vivendo per il calcio, non può che essere sereno. Errori ne avrò fatti sicuramente, spero comunque uno in meno dell’avversario”.

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