Ogni quattro anni, con le estati olimpiche a riempire giornali ed esultanze, spunta qualche atleta che dal semi anonimato passa alla gloria. Questione di minuti: di prestazioni più o meno perfette che valgono le medaglie ai Giochi e l’ingresso nella ristretta categoria degli sportivi che ce l’hanno fatta. Di solito succede nelle discipline minori, definite così a causa dell’insopportabile vizio di pesare l’importanza di uno sport in base al seguito di pubblico. Ma tant’è. Non è questo il punto. Fatto sta che da essere nessuno, diventi un Dio. Per qualche giorno. E approfitti della ribalta mediatica. E ripensi a tutti i sacrifici fatti. E partono i ringraziamenti. Fateci caso: il primo grazie di solito è per “il mio maestro, quello che ha creduto in me e mi ha spinto a continuare nonostante le difficoltà”. Ecco: i primi maestri, quelli che insegnano sport, che crescono uomini e donne per farli diventare campioni. Vogliamo raccontarli così: capire il loro modo di intendere la competizione, scoprire i loro metodi, conoscere i loro aneddoti, sapere da chi hanno imparato. Ci saranno maestri noti e meno noti, espressione di discipline con grande o poco seguito. Unico comune denominatore: loro sono lo sport che insegnano e che hanno contribuito a migliorare. (Pi.Gi.Ci.)

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“Ragazzi, non abbattetevi per il giudizio negativo di un allenatore, perché noi coach siamo bravi a battezzare qualcuno in un certo modo per poi magari essere superati dagli eventi. Il mondo della pallacanestro, ma in generale dello sport, è pieno di storie così. Sandro Gamba, con cui ho un buon rapporto, mi aveva scartato ad un provino per entrare nell’Olimpia Milano. Anni dopo mi convocò in Nazionale e dopo l’Olimpiade di Mosca gli dissi: ti è servito un giocatore di Serie B per vincere l’argento. Lui non si ricordava di quel vecchio episodio, io sì. Le bocciature servono”.

Romeo “Meo” Sacchetti è il commissario tecnico della Nazionale italiana di pallacanestro che si è qualificata dopo diciassette anni alle Olimpiadi, ottenendo un buon quinto posto a Tokyo. La vittoria con la Serbia che ha fatto staccare il pass per il Giappone è la partita più bella della sua carriera di allenatore?
“Con la Dinamo Sassari ho vissuto tante gare entusiasmanti, talvolta con vittorie rocambolesche. Ma in Nazionale, quella di Belgrado, è sicuramente la gara da ricordare per la qualità degli avversari che avevamo di fronte, per la posta in palio, per la situazione in generale. La prestazione dei ragazzi è stata splendida. Un vero piacere vederli giocare, così come vado orgoglioso della partecipazione che avevano quelli che stavano in panchina. Alle Olimpiadi ho portato un gruppo che stava bene insieme e si è visto nelle partite complicate”.

Le è stato utile avere a disposizione giocatori con esperienza al di fuori dell’Italia?
“Sì, ho trovato molto migliorati quelli che militavano all’estero come Fontecchio, Polonara, Vitali. Sia nel gioco che a livello caratteriale. Tra l’altro sono tutti e tre sposati e per un giocatore avere una persona accanto è importante”.

In Italia invece non si migliora?
“Pajola è cresciuto, Bortolani sta crescendo, Gaspardo sta facendo bene”.

Meglio un’esperienza in Nba o in Europa?
“Basta che giochino”.

Lei riesce a seguire tutti i campionati?
“Oggi con le tv e la possibilità di rivedere anche in un secondo momento la gara, è tutto più semplice. Mediamente, comprese anche quelle dal vivo, ne guardo una al giorno. Il campionato italiano, l’Eurolega, la Serie A2…”

L’Nba?
“Mi piace, ma soprattutto dai playoff. Nella regular season spesso le partite danno l’impressione di essere finte”.

Com’è questa generazione azzurra rispetto a quella di cui ha fatto parte da giocatore?
“Erano altri tempi. All’inizio c’era un solo straniero e quindi noi italiani avevamo molto più spazio. Negli anni ’80 eravamo una bella Nazionale. E poi c’era un totem come Dino Meneghin, l’italiano più forte di tutti i tempi, tra quelli che ho visto io non c’è paragone. Se lui è da dieci, il secondo è da 8. Giocava per vincere le partite, non per fare punti. Quando gli giocavi a fianco, dovevi farti trovare sempre pronto. A tutti gli allenatori piacerebbe avere in squadra uno così. Io ho giocato con lui solo in Nazionale, infatti al livello di club non ho vinto niente. Una volta l’ho anche marcato per dieci minuti in una partita. Dino è Dino”.

Eravate entrambi in campo nel 1983 nella partita Italia-Jugoslavia, considerata la più grande rissa del basket italiano. È stato lei a scatenare il tutto?
“Ho fatto anch’io qualcosa nel parapiglia generale, ma non è nato tutto da me, come spesso si dice. C’era tensione. La Jugoslavia ci batteva sempre, si sentivano i numeri uno e qualche loro giocatore ci prendeva in giro. Gilardi e Petrovic cadono entrambi sul parquet, uno di loro si mette in mezzo e così io vado a dirgli: togliti di mezzo, lascia che se la sbrighino tra di loro. E in quel momento arriva il calcio di Kikanovic a Villalta. Comunque non ci sono stati né morti né feriti”.

La sua infanzia come è stata?
“I miei nonni erano veneti e a fine Ottocento sono emigrati, sembra strano a dirlo oggi, in Romania per lavoro. I miei genitori sono nati in Romania così come i miei fratelli. Io sono il più piccolo e sono nato ad Altamura. Ritornata in Italia, la mia famiglia è stata prima in un campo profughi a Termini Imerese e poi in quello di Altamura, baracca numero quattro o cinque, non ricordo. Io sono nato in Puglia, nel frattempo mio papà è morto che io avevo sei mesi. Poi a un anno e mezzo ci siamo trasferiti a Novara”.

Quindi un’infanzia difficile?
“No, bellissima. Povera ma bellissima. Mio papà non mi è mai mancato, non avendolo purtroppo mai conosciuto. Ogni anno mi dicevano, se sei promosso ti regaliamo la bici. Poi la bici non arrivava mai perché di soldi non ce n’erano. Da bambino giocavo a calcio come portiere, essendo già molto alto ero nella squadra dei più grandi ma non legavo molto con i compagni. Poi scoprii dai salesiani la pallacanestro”.

Lei piace ancora molto?
“La pallacanestro è lo sport più bello dopo l’atletica. Anzi, il basket è l’atletica con la palla, fatto di corsa, salti, contatti fisici. Al terzo posto nelle mie preferenze c’è il rugby”.

È diventato da subito un ottimo cestista?
“No, non ero un predestinato, ma lavorandoci sopra sono arrivato. I miei primi maestri sono stati Bob Rattazzi a Novara e poi Ettore Zuccheri a Bologna. Rattazzi aveva per questo sport un entusiasmo contagioso che mi è rimasto ancora oggi. Zuccheri mi ha impostato per la prima volta come guardia, io che ero grosso ma con i piedi veloci. Ho cercato di prendere molto anche da Dido Guerrieri, soprattutto per il bel modo che aveva di trattare con i suoi giocatori. Voleva giocare una pallacanestro spumeggiante in cui si vince se si hanno buoni giocatori in campo”.

E lei che rapporto ha con i suoi giocatori?
“Sono schietto, non sono di troppe parole. Se non va con un ragazzo, cerco di farmi capire una, due, tre volte. Non arrivo alla quarta, perché allora significa che non c’è feeling”.

Qual è la pallacanestro che piace a lei?
“Io preferisco che un mio giocatore tiri piuttosto che perda una palla, se è da tre ed è bravo ancora meglio. Questo è il basket, ma al mondo non siamo tutti uguali”.

Il basket è cambiato tanto negli ultimi anni?
“Sì, sono cambiate le regole e le misure. Ora il gioco è più rapido. Anche gli atleti sono diversi. Antonello Riva, una guardia che schiacciava, allora era una novità, ora lo fanno tutti. Una volta i lunghi erano statici, adesso un 2,10 sa palleggiare.

A Sassari ha vinto uno storico scudetto, allenando anche suo figlio. È difficile fare il papà-maestro?
“A mio figlio Brian forse ho tolto qualcosa perché avevo paura passasse per un raccomandato. Oggi so che meritava di giocare di più. Con lui forse ho sbagliato. È un ragazzo d’oro, tutto merito della mamma”.

E a Bologna con la Fortitudo cosa è successo?
“Io ho parti di colpa. Avevo cercato con insistenza di avere Travis Diener che avevo avuto a Cremona, mi serviva un buon play e una persona in cui credo. Ma in epoca Covid lui ha scelto di non venire. A Bologna è stata una situazione strana”.

Lei è un appassionato di vino. Quando ha iniziato ad apprezzarlo?
“A Torino avevamo come allenatore l’ungherese Lajos Tóth. A tavola ci vietò la coca-cola, piuttosto il vino disse a noi giocatori. Fu la sua rovina. Scherzo, ma ancora oggi a pranzo bevo un bel bicchiere, anche più di uno se sono in compagnia. Il Piemonte per il vino è il numero uno. Mi piacciono molto anche i bianchi del Trentino, del Friuli e del Veneto. Ma oggi ci sono vini discreti in ogni regione. Sardegna e Sicilia stanno lavorando bene”.

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