Ogni quattro anni, con le estati olimpiche a riempire giornali ed esultanze, spunta qualche atleta che dal semi anonimato passa alla gloria. Questione di minuti: di prestazioni più o meno perfette che valgono le medaglie ai Giochi e l’ingresso nella ristretta categoria degli sportivi che ce l’hanno fatta. Di solito succede nelle discipline minori, definite così a causa dell’insopportabile vizio di pesare l’importanza di uno sport in base al seguito di pubblico. Ma tant’è. Non è questo il punto. Fatto sta che da essere nessuno, diventi un Dio. Per qualche giorno. E approfitti della ribalta mediatica. E ripensi a tutti i sacrifici fatti. E partono i ringraziamenti. Fateci caso: il primo grazie di solito è per “il mio maestro, quello che ha creduto in me e mi ha spinto a continuare nonostante le difficoltà”. Ecco: i primi maestri, quelli che insegnano sport, che crescono uomini e donne per farli diventare campioni. Vogliamo raccontarli così: capire il loro modo di intendere la competizione, scoprire i loro metodi, conoscere i loro aneddoti, sapere da chi hanno imparato. Ci saranno maestri noti e meno noti, espressione di discipline con grande o poco seguito. Unico comune denominatore: loro sono lo sport che insegnano e che hanno contribuito a migliorare. (Pi.Gi.Ci.)

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“Il mio primo vero maestro l’ho trovato nell’azienda in cui lavoravo, non nel mondo del calcio. Il giapponese che presiedeva Canon Italia è l’uomo che mi ha maggiormente ispirato e dal quale ho preso molti spunti sia per fare l’allenatore che nell’attività vinicola che oggi ho con le mie due figlie. Io sono un fanatico della didattica, secondo me conta molto come insegni. Non serve avere un’intelligenza straordinaria per essere un buon maestro ma innanzitutto bisogna avere un proprio metodo, un sistema di lavoro. Anche nelle scuole trovi certi professori che vogliono insegnare tutto in un secondo, invece si parte sempre dalle nozioni semplici per non creare confusione andando via via verso il complesso. Probabilmente avrei potuto fare l’allenatore anche di un altro sport, perché quello che hai in testa puoi replicarlo in un altro contesto”.

Alberto Malesani, riconosce altri maestri?
Quando giocavo con l’Audace di San Michele Extra arrivammo nel 1977 a vincere il campionato di Serie D, l’allenatore era Dario Baruffi, un’ex ala sinistra che aveva giocato con il Milan. Per quei tempi era un bravo mister, in linea con tutti gli altri. I miei veri maestri sono stati invece, senza che lo sapessero, i giocatori che ho avuto dal settore giovanile in poi. Per le soluzioni di gioco che trovavano in modo naturale durante le partite e gli allenamenti.

Cos’altro ha appreso calcisticamente nel lavoro aziendale?
Ero impiegato alla Canon come responsabile dell’ufficio import/export, ad Amsterdam c’era la sede europea e a metà degli anni ’70 vidi un calcio diverso da quello nostro. Anche quando facevamo i tornei aziendali tra i vari Paesi, noi giocavamo con lo stopper, il libero e l’ala tornante mentre gli olandesi erano gli unici a giocare già a zona e con la difesa in linea.

È stato difficile ad un certo punto della vita abbandonare il lavoro fisso?
Sono sempre andato controcorrente, un cavallo difficile da tenere. Mentre allenavo le giovanili del Chievo, mi staccavo dagli uffici Canon alle 14, raggiungevo il campo che era là vicino, per poi tornare di nuovo sulla mia scrivania fino alle 19 e concludere il lavoro. Il direttore Canon ad un certo punto mi consigliò di fare una scelta e il presidente del Chievo Luigi Campedelli mi tranquillizzò dicendomi che un posto alla Paluani per me ci sarebbe sempre stato. Dopo aver chiesto l’aspettativa, mi licenziai dalla Canon per fare il secondo nella prima squadra del Chievo. Sono stato fortunato ad aver trovato persone che mi hanno voluto bene e mi hanno permesso di coronare un sogno che mi ha reso felice. Lo sono pure oggi.

Le piace ancora il calcio?
La mia è una passione viscerale anche se vengo da una famiglia che amava soprattutto il ciclismo, papà era un tifoso di Coppi e mamma di Bartali. Il calcio è uno sport semplice ma attrae tutti. I primi anni senza pallone ho sofferto, ma oggi sto bene. Ho una leggera nostalgia per il tappeto verde, il profumo dell’erba e per gli allenamenti al campo, ma per tutto il resto proprio no. Il calcio ora è in mano a società per azioni, non c’è più il mecenatismo dei vecchi presidenti e questo ha fatto perdere l’aspetto ludico del gioco.

Crede di avere degli allievi?
Non lo so, probabilmente sì, ma non ho mai forzato nessuno. Io mi stufo subito a parlare di schemi di gioco, ma se posso scambiare idee più profonde ne discuto anche con l’ultimo degli allenatori dilettanti.

Potrebbe insegnare qualcosa anche al di fuori del calcio?
Io ho imparato a fare l’allenatore in azienda, oggi invece le aziende invitano gli allenatori di calcio per formare e motivare i dipendenti. Mi è capitato di farlo, quando sono stato chiamato da un amico che lavora per una banca. Ma non è un’attività che mi attrae intanto perché non è detto che chi ti ascolta abbia voglia di farlo, e soprattutto non si hanno dei riscontri. Avrebbe più senso se ci fosse un percorso più lungo in cui alla fine si può vedere se ci siano stati dei risultati o meno. Fare una singola giornata per me non ha senso.

È diventato saggio a 67 anni?
Guardi che io ho sempre pensato allo stesso modo. Se in passato in certe conferenze stampe per la mia passionalità ho fatto ridere la gente, sono contento. Meglio far ridere che far piangere. No, non mi ha dato fastidio essere conosciuto per certe sfuriate. Io ho sempre cercato di fare i fatti, pontificare a me ha sempre interessato poco. Esiste una mia immagine pubblica che è distorta, dovuta a certe reazioni troppo passionali. Ma quando è il momento ho sempre usare la saggezza. Non salto sempre sotto la curva, insomma.

In carriera ha vinto un campionato di C con il Chievo, una Coppa Italia, una Supercoppa italiana e una Coppa Uefa con il Parma. A quale successo è più legato?
Io mi sentivo felice, quando un giocatore migliorava come individuo e all’interno della squadra. Era una gioia immensa. Le soddisfazioni per un allenatore non arrivano dai giornalisti, dai presidenti, dai direttori sportivi o dai procuratori ma dai giocatori. È la riconoscenza silenziosa del calciatore quando riesci ad entrare nella sua testa, nell’anima e nel cuore. A mio avviso esiste un risultato morale. Poi se vinci anche sul campo, raggiungi il massimo. Ma a me è successo di essere felice anche nei periodi professionali più bui. Il risultato sul campo è frutto di tante cose in cui in piccola parte l’allenatore incide, anche se spesso la categoria è poco umile a sostenere questo.

A Firenze ha avuto Batistuta, Rui Costa ed Edmundo, a Parma Buffon, Thuram, Cannavaro, Crespo e Veron. Chi è il più grande talento che ha allenato?
Ne ho avuto dappertutto, ma non mi piace fare nomi. Ho avuto ragazzi in gamba anche a Chievo, non sono considerati campioni nell’idea generale e invece a me hanno insegnato tanto.

Cosa le piace dell’esperienza vinicola nell’azienda La Giuva (prende il nome proprio da Alberto e dalle figlie Giulia e Valentina)?
Io ho un carattere particolare. Ho sempre rifiutato il lavoro che non mi andava, non sono mai stato più di tre giorni in un posto che non mi piaceva. Con il vino sto avendo le stesse soddisfazioni di quando ero allenatore, forse di più. Perché finalizzo qualcosa partendo da un’idea e ne sono, insieme alle figlie, il primo responsabile. Facciamo anche l’Amarone, ma per capire il valore di una cantina bisogna guardare ai primi vini, è lì che si intuisce la valenza e la personalità di una azienda.

In quale club si è sentito in una situazione simile a quella odierna?
Al Chievo mi sentivo con tantissime responsabilità. Quando morì Luigi Campedelli, i figli erano giovani e Giovanni Sartori alle prime armi. A Bologna in un’annata in cui ci furono diversi cambi di proprietà mi sentivo addosso il peso di un’intera società. In Grecia il presidente mi aveva dato ampio spazio per agire sulla prima squadra e su tutto il settore giovanile. Con il Panathinaikos abbiamo partecipato anche alla Champions League, sarei stato lì ancora a lungo ma sono tornato per una questione famigliare, perché i miei cari non volevano trasferirsi in Grecia.

Oggi cosa viene sottovalutato nel mondo del calcio?
L’esperienza. Ognuno di noi se migliora nella vita è grazie all’esperienza. Alla Canon funzionava così: i dirigenti da Tokyo venivano in Europa e poi dopo anni tornavano in Giappone a insegnare il lavoro ai più giovani, chiudendo così un cerchio. Nel calcio italiano invece dopo un po’ tirano fuori la solita cosa: sei un “bollito”.

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