Da poche ore il Fai, il Fondo Ambiente Italiano, ha un nuovo presidente. Marco Magnifico, comasco, 67 anni, succede all’archeologo di fama internazionale Andrea Carandini. Già vicepresidente esecutivo per 11 anni, dal gennaio 2010 all’ottobre 2021, Magnifico è laureato in Lettere con indirizzo Storico Artistico all’Università di Pavia, si è quindi specializzato in Storia dell’Arte presso l’Università di Firenze vincendo, in seguito, una borsa di studio di un anno presso la fiorentina Fondazione Roberto Longhi. Per quasi quattro anni ha lavorato, in qualità di esperto di dipinti antichi, alla casa d’aste inglese Sotheby’s, prima nella sede di Londra, quindi in Italia. Nel 1985 Magnifico ha iniziato il suo lavoro al Fai che l’ha portato fino al vertice dell’organizzazione. I rischi per il paesaggio dal processo (inevitabile) della transizione ecologica, la mancanza di valorizzazione dei beni culturali anche per carenze “dell’adorato ministero”, la questione ormai annosa delle pale eoliche: Magnifico non ha ancora un programma su cui lavorare ma a ilfattoquotidiano.it ha messo in fila qualche priorità. “In testa alla scaletta delle cose da fare – dice – c’è il delicato rapporto tra la transizione ecologica dell’Italia e la salvezza del paesaggio nazionale. È evidente che il cambiamento climatico è la più importante sfida che l’umanità deve vincere nei prossimi anni. Il rischio è che in nome di una priorità il paesaggio possa subito uno choc pari, se non superiore, a quello degli anni dell’industrializzazione e del boom economico. C’è fretta, il Pnrr chiede tempi rapidi, arriveranno tanti soldi, però la transizione e il rispetto per il paesaggio sono due esigenze che devono essere paritetiche sul piatto della bilancia. Ed è molto difficile, perché quando c’è urgenza e tanto denaro in gioco, chi può farne le spese è il paesaggio italiano, uno dei più belli del mondo”.

E la pale eoliche? Come facciamo a far dormire sonni tranquilli ai sindaci che non ne vogliono sapere?
È la solita storia, la sindrome “nimby”, not in my back yard (“non nel mio cortile”, ndr). Le pale eoliche sono indispensabili. La storia della cattura del vento è vecchia quanto l’uomo. Quando si va nelle isole greche, che cosa si vede sui crinali? Gli “scheletri” dei mulini a vento. E in Olanda? Certo le pale eoliche di nuova generazione sono realmente enormi e quando si parla di fare un campo eolico vicino alla Basilica di Santa Maria di Saccargia, in Sardegna, una delle più belle chiese romaniche dell’isola, bisogna stare attenti. Lì non vi si possono mettere poiché lì domina la Basilica. Quindi è un problema di pianificazione del paesaggio che dovrebbe essere stato affrontato dai piani paesaggistici regionali; ma così non è stato fatto se non dalla Puglia, la Toscana e poche altre; e allora le pale debbono essere collocate in deroga ai suddetti piani. Ma questo non si può. Non si può derogare ai piani paesaggistici, perché allora perderebbe di senso. È evidente che il problema è l’inadeguatezza, non solo di mezzi e di persone ma anche professionale, del nostro adorato ministero della Cultura. Che deve farsi carico anche della cultura della natura. Il ministero della Cultura si trova di fronte a necessità, tempi stretti, con le soprintendenze che affogano… ma d’altronde chi, se non il ministero, può dare indicazioni precise su dove mettere gli impianti eolici? Anche se poi ci sarà sempre chi protesta. Ecco, questo oggi è il problema più grave che attende l’ambiente italiano, che nella nostra accezione è inteso come straordinaria unione di storia e natura.

E se le chiedessero un parere sul ponte sulle Stretto?
Fino a qualche anno fa ero ancora romanticamente aggrappato alla bellezza di utilizzare il traghetto per andare da Villa San Giovanni a Messina. Ma poi frequentando il Sud che amo profondamente, mi sono reso conto che era un atteggiamento da romantico del Nord. Quello dei ponti è una sfida storica dell’uomo. Ma il problema di quello sullo Stretto non è il ponte, ma affrontarne con estrema attenzione la realizzazione sulle due sponde: non scarnificare la Calabria e non distruggere la Sicilia. È su questi temi che si giocherà la partita, anche se mi rendo conto oggi l’alta velocità deve arrivare anche a Palermo. È inevitabile.

Torniamo alla scaletta della presidenza Magnifico. C’è qualche sito che è in vetta alle priorità d’intervento?
Sono presidente da poche ore e non ho stilato ancora un programma. Ma qualche giorno fa abbiamo celebrato il Natale del Fai nella Chiesa di San Marco a Milano. E ho pensato che una volta la chiesa era veramente un luogo di incontro, di socialità, di gioia. Oggi tutto questo è sparito. Proprio quella chiesa milanese ha una sacrestia monumentale, con enormi armadi in noce che racchiudono immensi tesori storico-artistici. Ecco, tutto questo ben di Dio che non serve più, io temo che non sia neanche catalogato. Essendo qualcosa che serviva, ma che non serve più, temo che non venga calcolato come una testimonianza dei contesti liturgici che sono cambiati, ma che appartengono alla storia delle nostre chiese – le quali si sono svuotate, perché i preti sono ormai di una noia siderale, non tutti certamente, ma la crisi della Chiesa è di fronte a tutti noi – ecco, considerando questo mi si è aperta una voragine su questo patrimonio apparentemente minore, ma che fa parte della storia del nostro Paese e che io temo non sia protetto e quindi possa essere venduto poiché ritenuto inutile. Ciò che interessa al Fai è il contesto generale di questo paese. Non ci occupiamo solo di ville e castelli, ma anche di alpeggi e di vacche brune alpine, di artisti e di oreficeria sacra. Non ci sono oggetti di serie b e la nostra cultura è affidata all’insieme di questi elementi, ovvero ciò che rende l’Italia un Paese unico.

I beni di cui parla dovrebbero essere tutelati dalle soprintendenze, ma in passato queste sono state rese meno attive, se non proprio smantellate. Come si può fare?
La tutela dei beni culturali è affidata al ministero della Cultura. Questo è indiscutibile. Ma per una sorta di quieto vivere, le soprintendenze trattano le chiese della Curia come appartenenti a un’amministrazione diversa. Il problema è che il ministero si trova di fronte a delle sfide molto più complesse di quelle con cui aveva a che fare quando fu fondato a metà degli anni Settanta. Per esempio il paesaggio oggi rappresenta un problema assai più grave di allora. E non è una questione di carenza di personale e di denaro, ma anche estrema difficoltà di gestire un patrimonio di queste dimensioni. Mancano competenze nell’ambito della valorizzazione, della comunicazione. Oggi la gente è distratta e se i messaggi di valorizzazione non sono chiari, come fa il pubblico ad andare a visitare il Palazzo Reale di Torino? Oggi il ministero ha una penuria di organico conclamata e chi vi lavora è un eroe. Io ho un’estrema gratitudine verso i funzionari del ministero, ma talvolta è una questione di cultura e di managerialità, non è più solo un argomento di tutela, ma anche di valorizzazione, di racconto, di promozione. Oggi le sfide sono molto più ampie. A suo tempo salutammo con attenzione la riforma Franceschini (nel 2014, ndr) , ma è rimasta un po’ a metà. Noi diamo importanza al futuro del ministero, purché occorre un’apertura di mente che ogni tanto latita. Forse manca un aumento di professionalità all’interno del ministero. Oggi talvolta il paesaggio è affidato a uno storico dell’arte, ma chi insegna più oggi la storia del paesaggio?

Una meta raccomandata dai Fai per le prossime festività natalizie e di fine anno?
Andrei a visitare Palazzo Moroni a Bergamo, l’ultima delle nostre imprese. Da poco abbiamo aperto le prime quattro sale; è il più importante palazzo della città alta, con uno stupefacente ciclo di affreschi del Seicento, con i due più importanti ritratti di Giambattista Moroni di cui ricorre il 500esimo anniversario. Poi c’è la grande chicca: il giardino all’italiana e la grande porzione di campagna lombarda entro la città murata di Bergamo. Da non perdere.

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