“Che Parigi esista e qualcuno scelga di vivere in un altro posto nel mondo sarà sempre un mistero per me” sospirava nel suo diario Marion Cotillard sotto forma di compagna pro tempore di Picasso del tutto inventata da Woody Allen. Le parole si rimescolano ma non è molto diverso da quello che scrisse Ernest Hemingway, quello vero: ci sono solo due posti al mondo in cui poter essere felici, a casa e a Parigi. La sua Parigi l’aveva chiamata A moveable feast, una festa mobile, e poi chissà che valgano ancora le parole che Sabrina, nel senso di Audrey Hepburn nel film di Billy Wilder, scrive al padre mentre ascolta la Vie en rose: “Ho imparato tante cose qui e non soltanto come si fa il canard à l’orange o la crème à la vichy, ma una ricetta molto più importante. Ho imparato a vivere, ho imparato ad essere qualcosa di questo mondo che ci circonda, senza stare lì in disparte a guardare. Stai pur certo che ormai non la fuggirò più la vita. E neanche l’amore”. Ma per capire perché Parigi raccoglie da oltre cent’anni queste sfilze di dichiarazioni d’amore, citazioni, atti di fede, motti, adorazioni pubbliche delle teste più magnifiche e anche di molte molto meno magnifiche della storia e del mondo una buona strada può essere prendere la porta e uscire dalla cartolina, abbandonare l’organetto a manovella che suona la Vie en rose e l’immaginetta dipinta in un quadrotto a place du Tertre, la piazzetta di Montmartre.

Non si rischia niente ad allontanarsi dall’itinerario da guida comprata all’edicola: “Ci sarà sempre una Parigi diversa da scoprire” assicura Alberto Mattioli, che a una delle capitali del mondo ha voluto riservare la sua personale dichiarazione d’amore, Un italiano a Parigi (Garzanti, 144 pp, 16 euro). Mattioli – giornalista e scrittore – incornicia in un libro la sua terza passione smodata, dopo l’opera lirica e i gatti (ma più probabilmente l’ordine è inverso): corrispondente da Parigi per tre anni per la Stampa, riesce a far uscire un lavoro densissimo, mescolando innumerevoli informazioni su tutte le culture (artistica, culinaria, storica, filosofico-politica) della Francia e del suo popolo, prendendo spesso a pretesto ora i suoi ricordi o le sue preferenze, ora le sue passioni di cui sopra, cioè teatri e felini. La scrittura corre, come per abitudine, sul filo dell’ironia, così alternando la parte divulgativa (che spalanca un cassetto in cui se ne ritrovano altri cento da aprire altrove) e quella del critico dalle scudisciate pamphlettistiche. La brevità dei capitoli è peraltro l’elemento definitivo che può trasformare il libro in volume da viaggio, magari tra qualche mese, in primavera.

Primo consiglio della guida Mattioli, dunque: Parigi si scopre per caso. E’ inevitabile, alzando lo sguardo, quasi ovunque, rimanere abbacinati da questo parco giochi per gli occhi e quindi bisogna avere il buon cuore di non mettere al pubblico ludibrio chi si coccola con i luoghi comuni di una città scritta, dipinta, filmata, musicata, sognata milioni di volte. Tuttavia “l’unico vero turismo sensato” è “quello senza meta”, ammonisce l’autore. Da flâneur: nessun obbligo morale nei confronti dell’hashtag che costringe al Muro dei Ti amo o alla facciata di Notre-Dame (che tanto nell’obiettivo non c’entra mai tutta). Si possono spezzare queste catene, suggerisce il libro, perché il segreto di Parigi è che cambia “di continuo restando continuamente se stessa”: non si rischia di rimanere orfani, abbandonando la “scena madre”. Tanto più che oggetti di meritato culto come la Torre Eiffel o la Piramide di vetro che fa da atrio del Louvre sembrano elementi secolari, eterni nell’iconografia della città eppure sono recenti, se non recentissimi. Per non parlare della rivoluzione urbanistica del barone Haussmann (criticatissima alla sua epoca) che orientò Parigi verso il Novecento, se non nel Duemila.

Il viaggio di Mattioli si sviluppa al centimetro, anzi al numero civico: palazzi, cimiteri di very important people o very important animals, ristoranti, case-museo per uscire dall’ortodosso tour Louvre-d’Orsay (medaglia olimpica a chi ce la fa), teatri, i luoghi autentici o presunti della Bohème, e i luoghi più veri del commissario Maigret. Il libro lascia lì anche un fantasmagorico suggerimento editoriale: un libro che racconta la storia conosciuta di tutti i palazzi di Parigi, strada per strada. Si intitola Connaissance du vieux Paris e fu scritto da un ex postelegrafista, ufficiale dell’esercito in entrambe le guerre, deportato e infine guida turistica (si chiamava Jacques Hillairet, anche se era un nom de plume). Qui dentro, quasi per caso, si scopre (e Mattioli la racconta) la storia di Binet, il produttore di parrucche di Re Sole, appalto della Pa di corte non da poco sia per qualità che quantità. “Quando si diceva che Parigi è un palinsesto si intendeva questo – scrive Mattioli nel libro – Il luogo dove le vie si sovrappongono e dove la dimensione del tempo è doppia, passato e presente insieme, noi e quelli che ci hanno preceduto”. Con Un italiano a Parigi il lettore può scoprire per esempio dove trovare la poltrona sulla quale (mettiamoci un forse per precauzione) Molière non fu più Malato immaginario, ma malato vero e proprio, tanto che poi spirò. Dove trovare un’ottima boeuf bourguignon o una rara lepre alla reale.

O anche, per esempio, come nel corso dei decenni si è trasformato il Palais Royal che un tempo era Palais Cardinal perché lo volle far costruire per se stesso il cardinale-duca di Richelieu. Diventò casa degli Orléans ma anche di Colette, l’attrice “scandalosa” e anticonformista, prima donna ad essere onorata con i funerali di Stato. E ancora centro commerciale avant la lettre e in certi casi più che commerciale, d’azzardo: una specie di Las Vegas in cui il generale prussiano Gebhard Leberecht von Blücher, primo principe di Wahlstatt, dopo aver contribuito a triturare l’empereur Napoleone, perse un milione e mezzo di franchi in una sera.

Ineludibile il passaggio al Père-Lachaise in una città che, come scrive ancora Mattioli, ha avuto la “genialata di aver trasformato i morti in testimonial cittadini e attrazioni turistiche”, dai cimiteri al Pantheon dedicato “Ai grand’uomini la Patria riconoscente” e che da poco ospita anche una grande donna, quasi mitologica, Josephine Baker. Il Père Lachaise, lo sanno tutti, accumula star a decine, di ogni professione, mestiere, ordine grado: attori, musicisti, compositori, artisti, filosofi, scrittori, politici, militari e certamente è facile dimenticarsi di qualche associazione di categoria. Qui è sufficiente ricordare la tomba pride di Oscar Wilde, la pietra con la scritta struggente sotto alla quale è riunito l’amore eterno tra Amedeo Modigliani e Jeanne Hèbuterne o ancora il cippo, che sembra quasi nascosto, di Frédéric Chopin nato Fryderyk anche se qui – come ricorda Mattioli – non c’è il cuore che fu trasferito in Polonia, la sua amata patria sì bella e perduta. Mattioli non rinuncia, giustamente, a ricordare la presenza – ormai solo in spirito, evidentemente – di Felix Fauré, sesto presidente della Repubblica francese, morto all’Eliseo mentre si godeva un po’ di relax (ehm) con la sua amante Marguerite Steinheil. Per chi conosce la storia è noto anche l’epitaffio che riservò al rivale Georges Clemenceau, futuro premier di Francia e alfiere dell’ala più intransigente tra gli autori del Trattato di Versailles. Il a voulu vivre César, il est mort Pompée, voleva vivere da Cesare ed è morto Pompeo: il suono del nome del generale romano è identico al participio passato di pompare.

Ma, come si diceva, grandi personalità e anche grandi animali, non necessariamente di stazza, anzi. Mattioli racconta del Cimitero dei cani di Asnéres-sur-Seine, ex villaggio e oggi banlieue, che ospita comunque anche gatti, uccelli, cavalli, scimmie, conigli, criceti passati a miglior vita. E così ci sono i celebri come Rintintin ma anche il Canide Ignoto, sì potrebbe chiamare, un randagio a cui fu dedicato il monumento all’ingresso del camposanto animalesco dopo che arrivò fino a qui ad esalare il suo ultimo respiro. E ancora cani eroi che salvarono bambini e cani poliziotto, plurimedagliati o caduti in servizio.

Da segugio Mattioli si mette in testa di pedinare perfino Jules Maigret, grazie al quale ritrova i posti di oggi frequentati nei romanzi di George Simenon dal commissario. D’altra parte, ricorda il libro, Maigret “bazzica ogni ambiente: dai bei palazzo nobiliari del VII arrondissement, dove in Maigret et les vieillards investiga sulla morte inspiegabile di un vecchio ambasciatore aristocratico che si rivelerà poi un suicidio, ai sordidi alberghetti del Marais, popolati di prostitute e di immigrati appena arrivati dall’Europa dell’Est”. Certo, ora Parigi è cambiata e l’esempio è proprio il Marais, “restaurato, risanato, ridipinto, gentrificato”, il “più modaiolo”. “Poi però imbocchi una stradina o un’impasse – prosegue Mattioli – e lì ritrovi l’artigiano nella sua bottega buia o la passeggiatrice che ancora adesca sulla strada nonostante Internet e allora capisci che questa città continua a cambiare e a stupirti, ma resta sempre la stessa”.

Il libro, volontariamente o no, estende tutti i sensi, dal gusto della cucina tradizionale all’udito della musica di Puccini, Verdi o Offenbach, sui quali per Mattioli è inevitabile salire in cattedra. La sua Parigi è quella che esce dall’immaginario collettivo, trascende dalla sua icona costruita nei decenni, ma non per questo – avverte l’autore – è meno vera. Anzi, è “una città che ne contiene molte altre, una matrioska dove ogni luogo ne cela un altro, una storia che sono mille storie, gli angoli bui della ville lumière, i corsi e i ricorsi di gusti e disgusti, la realtà e le illusioni”.

Nell’immagine in alto – Place di Tertre in un quadro di Maurice Utrillo

Articolo Precedente

La Vita davanti a Sé di Silvio Orlando (Furioso teatralmente parlando) debutta al Teatro Mercadante

next
Articolo Successivo

“Transizione ecologica una sfida, ma occhio al paesaggio più bello del mondo. Beni culturali? Al ministero dico: non basta tutelarli se non si promuovono”. Intervista al nuovo presidente Fai Magnifico (con un consiglio per le feste)

next