Italo Svevo è una delle figure più importanti della letteratura italiana del Novecento. La prima considerazione, praticamente ovvia, sulla sua peculiare identità letteraria è relativa alla sua condizione naturale di “autore di confine”, pienamente mitteleuropeo: nato 160 anni fa a Trieste, allora parte dell’impero austriaco, in una famiglia della borghesia ebraica, Ettore Schmitz utilizzerà lo pseudonimo di Italo Svevo proprio per dichiarare da subito la sua doppia anima culturale.

Già nel suo primo romanzo, Una vita (1892), tale doppia identità, italiana e tedesca, viene elaborata in un racconto ispirato dichiaratamente alla lettura di Arthur Schopenhauer, pur essendo Svevo persuaso dell’impossibilità di restituire in letteratura il rigore delle visioni filosofiche. Un romanzo di impianto ancora ottocentesco ma in cui si avverte già la tensione a superare le convenzioni del Naturalismo e, soprattutto, si ritrovano già tutti i temi e i tòpoi dell’autore triestino: l’inettitudine esistenziale di chi si sente “incapace alla vita”, di chi “non sa amare e non godere”, portando alle estreme conseguenze il bovarismo flaubertiano, ovvero il tragicomico rifugio del borghese annoiato nella vanità di fantasticherie ingannevoli. Come confiderà a Larbaud anni dopo, Svevo era consapevole di aver scritto “un solo romanzo” e di aver sostanzialmente narrato la storia sempre dello stesso personaggio, declinato sotto diverse identità, una sorta di autoironica e catartica proiezione di se stesso.

Sei anni dopo pubblicherà Senilità, opera senza dubbio più matura, in cui lo scavo psicologico è nutrito dalla lettura, approfondita nel frattempo, dei grandi narratori russi dell’Ottocento: la “senilità” del protagonista non è chiaramente un dato anagrafico o una condizione fisiologica, bensì uno stato mentale che lo condanna a una sterile e inane autosservazione, dalle tragiche conseguenze. Anche in questo caso, l’amarezza del proprio fallimento esistenziale viene celata nel velo di una di una pavida rassegnazione scambiata grottescamente per raggiunta serenità.

In questi romanzi emerge l’unicità dell’autore triestino già nel linguaggio: antitetica alla dominante moda dannunziana, la lingua sveviana da straniero in patria, neutra, monotona, è un medium perfetto per raccontare la condizione di impaccio ed estraneità alla vita che è tema del libro. Come il romanzo d’esordio, Senilità venne accolto nel più imbarazzante silenzio della critica, inducendo l’autore, con l’eccezione dell’opera teatrale Un marito pubblicata nel 1903, a coltivare la passione letteraria, senza ambizioni pubbliche. Ma è proprio in quel periodo di allontanamento dal mondo editoriale che accadrà l’incontro chiave della sua vita artistica: dopo il 1905 inizia l’amicizia con James Joyce. L’autore irlandese viveva da esule a Trieste, e ben presto fra i due si instaurerà una feconda intesa intellettuale. Sarà Joyce a convincere Svevo a scrivere ancora, incoraggiandolo alla stesura del suo capolavoro, La coscienza di Zeno, romanzo che in seguito diffonderà negli ambienti culturali di Parigi.

Pubblicato subito dopo la Prima Guerra Mondiale, La coscienza di Zeno è un’opera innovativa, spiazzante, eminentemente “novecentesca”, in cui i temi tipici della narrazione sveviana sono presentati in una forma straniante: tecnicamente si tratta di un “antiromanzo”, una parodia colta e sferzante del Bildungsroman, il classico romanzo di formazione ottocentesco: la narrazione procede per appunti, nuclei tematici, come note prese sul taccuino di uno psicanalista. Il protagonista, Zeno Cosini, si espone in una introspezione complessa e sottilmente tragica, sotto il velo di un’ironia solo apparentemente confortante, che ritma le tappe di un fallimentare Viaggio dell’Antieroe: il vizio compulsivo del fumo, la fuga dalla clinica dove egli stesso aveva voluto farsi ricoverare, la morte del padre, gli adulteri e le patetiche rivincite sull’amante, il rapporto di comodo con la moglie mai amata. Tutto conduce, sul filo di un grottesco sarcasmo, il protagonista al rifiuto della psicanalisi e all’accettazione amara del proprio insensato fallimento interiore.

Ma nell’ultima pagina, con un’accelerazione inquietante, lo smarrimento individuale diventa lo spaventoso auspicio di un’apocalisse redentrice, quasi a prefigurare la catastrofe atomica. Un libro che, riletto oggi, in pieno antropocene, appare di illuminante e agghiacciante attualità. Come tutti gli autentici classici.

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