Capisco benissimo che il ministro Cingolani, quando ha detto che a scuola si studiano tre volte le guerre puniche, deve aver citato il primo argomento di storia che gli è venuto in mente. Avrebbe potuto dire, chessò, la lotta per le investiture, o le guerre persiane, o magari citare la rotazione triennale. Vassalli, valvassori e valvassini no, erano già stati presi di recente per un’altra analoga polemica sulla scuola. Però io, se fossi una guerra punica, un po’ mi offenderei.

Perché essere così, dimenticata un po’ da tutti (basta uscire all’ora dello spritz, fermare il primo passante con o senza mascherina e chiedergli conto delle guerre puniche e, a meno di non essere molto fortunati, si rischia di farsi andare le arachidi per traverso con la risposta) e poi ritrovarsi accusati di funestare le nuove generazioni non una, non due, ma omericamente tre volte mi pare un po’ troppo.

Intanto ho controllato. Le guerre puniche nel libro di quinta elementare di mia figlia occupano 19 righe. In prima media in teoria fanno parte di un generoso ma facoltativo ripasso iniziale, anch’esso relegato ad un paragrafo, perché da donna Letizia Moratti in poi si dovrebbe partire spediti dall’inizio del Medioevo e galoppare verso i pascoli dell’età moderna.

La prima volta che uno studente italico sente parlare dell’Unità d’Italia nell’ora di storia vera e propria è nella primavera della terza media, per dire, e chissà se parafrasando l’inno si ricorda di Scipio e del suo elmo. In prima superiore la storia antica ritorna sì, ma lascio ai laureati in materie scientifiche il calcolo del tempo che si possa dedicare alle guerre puniche, quando l’ora di storia è una sola, il docente anche, gli studenti spesso più di venticinque con bisogni diversi e lì dentro bisogna anche incastrarci cittadinanza e Costituzione con relative verifiche e interrogazioni. E i recuperi, sia mai.

Quello che mi stupisce veramente è che qualcuno davvero le senta nominare, le guerre puniche. Quello che mi stupisce è che in libri sempre più accattivanti, affogati di mappe e schemi e rimandi a link multimediali dell’edizione blended metà cartacea e metà digitale, arricchita di contenuti scaricabili, abbellita di slides per il ripasso e incrementata da test on line, ci sia ancora spazio per quelle inutili nozioni che ormai è inutile conoscere, a meno che non si voglia fare la figura dei passatisti retrogradi.

Però forse un po’ indietro sono rimasti quelli che pensano che a scuola si faccia lo stesso programma tre volte, alla primaria e poi nei due gradi di secondaria, senza rendersi conto che nel frattempo le scuole hanno dovuto, volenti o nolenti, adeguarsi alle riforme in corsa, ritagliare spazi e ore dove non c’è tempo e non c’è spazio, e introdurre educazioni stradali e ambientali, alla salute, alla sensibilizzazione contro i cambiamenti climatici, alla legalità, lezioni contro il bullismo e il cyberbullismo, ritagliarsi uno spazio per provare a spiegare cosa siano le fake news e l’hate speech e il revenge porn. E questo solo per dire le prime cose che mi vengono in mente. Il tutto con gli stessi mezzi di prima, meno risorse di prima e decisamente, da qualche anno a questa parte, più problemi di prima.

Dobbiamo inserire il coding, la cultura tecnica e più ore di materie stem? Probabile. Certe scuole in particolare, certi indirizzi hanno bisogno di rivedere i contenuti? Possibile. Ma mi sembra che le cose siano ferme così da un po’ di tempo, in cui di certo è meno oneroso pontificare dall’alto su cosa andrebbe fatto senza mai intervenire in maniera profonda, drastica, strutturale. Temporeggiare, si chiama. Lo faceva uno che ho studiato a scuola, Quinto Fabio Massimo, si chiamava, detto “il Temporeggiatore”. Del resto ci ha vinto le guerre puniche, facendo così.

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