Occupa più carta la lista dei 27 imputati assolti che la parte delle motivazioni di assoluzione. Peraltro sintetizzabili in una riga: le intercettazioni sono inutilizzabili e non ci sono altri riscontri alle accuse. Ecco come è finito il processo per ‘voto di scambio’ che vedeva tra gli imputati il senatore di Forza Italia Luigi Cesaro, il figlio ex capogruppo in Regione Campania Armando Cesaro, i fratelli del senatore, gli imprenditori Aniello e Raffaele Cesaro e altri personaggi ruotanti intorno alla politica e all’amministrazione comunale di Marano. Processo dissolto nel fumo del falò delle intercettazioni. Erano state tratte dall’indagine “madre” sul piano di insediamento produttivo di Marano e sulle presunte collusioni tra amministrazione comunale, gli imprenditori interessati al progetto (tra cui i fratelli Cesaro) e i clan Nuvoletta e Polverino.

Una inchiesta di camorra, sfociata in un altro processo di camorra, che aveva finito per ascoltare decine di conversazioni sulla ricerca clientelare del consenso – tra presunti passaggi di soldi e promesse di posti di lavoro alle poste – intorno alle candidature di Cesaro jr e di Flora Beneduce (anche lei assolta) alle elezioni regionali del 2015. La sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione del 3 gennaio 2020 ha però sancito l’inutilizzabilità delle intercettazioni provenienti da altro procedimento se i reati non sono connessi, e comunque sarebbero utilizzabili, in caso di connessione, “sempre che nel differente procedimento sussistano le condizioni per un’autonoma ammissione del mezzo di ricerca della prova”.

Secondo il giudice monocratico del Tribunale di Napoli Nord Agostino Nigro mancava anche questo requisito. “Nessuno dei reati per cui si procede consente ai sensi dell’articolo 266 cpp la sottoposizione ad intercettazione di conversazioni ambientali o telefoniche”. Accolta l’eccezione presentata dall’avvocato Alfonso Furgiuele, legale di Armando Cesaro, alla quale si sono associate tutte le difese. E quindi cosa è rimasto agli atti? Solo le informative dei carabinieri del Ros acquisite nel dibattimento. Che senza la trascrizione delle intercettazioni “risultano mute, silenti e prive di qualsiasi significato”, scrive il giudice. “Esse constano principalmente di fotografie, le quali ritraggono incontri tra soggetti a vario titolo interessati alle vicende politiche in corso nell’area campana. In esse si documentano incontri presso bar, ristoranti, sedi di partiti politici. Sono in atti fotografie di cantieri dell’isola d’Ischia”.

E a cosa serve tutta questa roba? A niente. “Nessuna delle fotografie acquisite, ne tantomeno alcune delle circostanze in esse raffigurate, riesce ad essere anche meramente suggestiva in ordine all’imputazione mossa”. Ovvero “si assiste solo a semplici incontri, alcuni dei quali di presumibile matrice politica (anche presso la sede regionale di Forza Italia) di totale irrilevanza penale”.

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