Sin dall’inizio della pandemia abbiamo ascoltato molti punti di vista diversi su quanto sta accadendo nel mondo. Le analisi più ricorrenti, almeno nei media generalisti, riguardano l’ambito medico, sociologico, psicologico ed economico. Quello di cui forse si è sentita un po’ la mancanza è uno sguardo generale meno antropocentrico, più ampio (nel tempo e nello spazio) come quello offerto dagli evoluzionisti.

In occasione della mostra Contagio (Museo Casa Giorgione) si è tenuta una conferenza del professor Telmo Pievani (filosofo ed evoluzionista, docente di filosofia delle scienze biologiche, bioetica e divulgazione naturalistica) intitolata Evoluzioni della Peste. La conferenza ha il merito di mettere in luce quali sono gli elementi di continuità e discontinuità con le precedenti pandemie. Dalla conferenza emergono molte riflessioni interessanti; ne riporto alcune sperando che possano rendere più fertile il dibattito.

Rileggendo le pagine che Tucidide e Lucrezio da una parte, Alessandro Manzoni e Albert Camus dall’altra hanno dedicato a pesti ed epidemie, è sorprendente constatare quanto alcuni aspetti dell’attuale emergenza siano tutt’altro che nuovi. L’elemento principale (che potremmo definire umanistico) di continuità col passato è rappresentato da quello schema dei comportamenti umani (pattern) che sempre si ripete uguale a se stesso nel corso dei secoli: si verificano le prime avvisaglie dell’epidemia, segue l’incredulità, poi un lungo periodo di sottovalutazione, arriva l’impennata dei contagi, sopraggiunge il panico. A fare da cornice non mancano antichi ritornelli come la ricerca di una colpa metafisica (un dio che ci punisce) o di un capro espiatorio. E ancora il desiderio di ricominciare dopo la prima ondata, la seconda ondata… Infine, quando la pandemia va sottotraccia, cala sistematicamente l’oblio e tutto viene dimenticato. Difficile non constatare che è esattamente quello che sta accadendo anche questa volta.

Gli elementi di novità rispetto al passato sono invece rappresentati da un virus “nuovo”, dalla densità e dal numero complessivo degli abitanti della terra, da una mobilità della popolazione mondiale senza precedenti (e un paio di altri fattori minori).

1) Circa la natura del virus è sufficiente ricordare che sebbene si tratti di un esponente della famiglia dei coronavirus, siamo comunque di fronte a un agente patogeno inedito che, dopo esser stato a lungo nei pipistrelli (i quali sono sulla terra da più di 50 milioni di anni) è mutato, ricombinandosi con altre specie, e infine passato all’uomo.

2) Riguardo la densità demografica, il 56% della popolazione globale vive oggi in città (tecnicamente delle colonie) e la terra conta poco meno di 8 miliardi di persone in totale. Quando arrivò l’ultima grande pandemia (la Spagnola) eravamo circa due miliardi…

3) A proposito della estrema mobilità dei nostri giorni, è evidente che con aerei intercontinentali, turismo di massa e circolazione delle merci a livello globale le occasioni di contagio siano enormemente superiori.

4) Un ulteriore elemento di novità è costituito da comportamenti umani quali bracconaggio di animali esotici, deforestazione speculativa e frequentazione intensiva dei wet market. Se la promiscuità con gli animali non è certo una novità (l’allevamento risale al 10.000 a.C.) e la deforestazione è anch’essa un’abitudine antica, è pur vero che non sono mai state praticate in una misura così estrema ed estesa. Animali trasportati clandestinamente in habitat diversi e mercati in cui vengono maneggiati senza alcuna precauzione fanno sì che il salto di specie divenga solo una questione di tempo. A questo argomento, il ricercatore David Quammen ha dedicato il testo Spillover (seconda edizione del 2012) in cui fa una proiezione (e non una predizione) di quali caratteristiche avrebbe avuto la prossima pandemia: essa sarebbe partita da un coronavirus, ricombinato e con caratteristiche nuove, con molti asintomatici, partendo dalla Cina, più precisamente da un wet market… E altri punti, anch’essi tutti esatti.

5) Ultimo elemento di discontinuità col passato è il vaccino. Nelle pandemie precedenti la popolazione è sempre stata decimata, falcidiata, finanche dimezzata. Immaginiamo se a oggi fossero morte quattro miliardi di persone… Dunque esso è una formidabile arma di difesa il cui unico limite è di essere efficace nel contenimento di questa particolare emergenza e contro questo particolare virus. Il vaccino, purtroppo, non rappresenta invece una soluzione definitiva se si pensa di combattere tutte le pandemie future sperando di trovarne ogni volta uno in nove mesi. Il distanziamento a sua volta tampona certamente l’emergenza, ma fermare il mondo per settimane non è una misura strutturalmente sostenibile. L’unica strada è quella della prevenzione e della riduzione del rischio sistematico a cui andiamo incontro, se non rivediamo molte delle nostre abitudini.

Sarebbe bello, infine, se per una volta come specie non ci limitassimo ad aspettare il disastro per agire. I ghiacci che si sciolgono, gli animali che si estinguono, il debito pubblico che aumenta… Perché non moderare sin da ora comportamenti che ci danneggiano, ormai già nel nostro presente, prima che il futuro ci presenti un conto ben più salato?

In qualche luogo, che ci sembra remoto, altri 150 mila virus sono pronti a ricombinarsi e a farci nuovamente visita. Il tutto mentre qui siamo impegnati a litigare confusamente su un provvedimento nato in stato d’emergenza, o sugli effetti collaterali di un vaccino testato su miliardi di persone. Ansiosi di schierarci, odiarci e dividerci in opposte fazioni (che ci diano una divisa e un’identità) continuiamo a litigare tra noi, mentre il vero nemico diventa sempre più forte.

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