di Riccardo Cristiano*

Davanti al diffondersi di nuove e spaventose malattie, oltre all’urgenza di sapere se si riesca a trovare un rimedio, c’è anche l’urgenza di capirne le cause. Questa urgenza rende comprensibile, sebbene non condivisibile, la diffusione di quella che chiamo “complottologia”, risposta semplice a un problema complesso.

E’ stato così ai tempi dell’Hiv, è così ora con il Coronavirus. Se il primo venne capito in tanti salotti ufficiosi come il prodotto di un laboratorio statunitense che da qualche località africana rimasta segreta è improvvisamente sfuggito al controllo delle fialette, anche questa volta si è sussurrato che il coronavirus sarebbe fuggito da un laboratorio cinese, dove si studiava o testava una nuova arma.

L’ottimo volume di un giornalista americano, David Quammen, intitolato Spillover, è un valido antidoto a queste semplificazioni. Il libro, pubblicato da Adelphi nel 2017, arriva ora in eBook. Quammen pone al centro di tutto il rapporto tra uomo e ambiente.

I virus esistono da tantissimo tempo, non sono il prodotto di questo nostro mondo industriale, o post-industriale. David Quammen ha seguito per anni i cacciatori di virus, entrando nelle grotte della Malesia sulle cui pareti vivono migliaia di pipistrelli, o nella foresta pluviale del Congo, alla ricerca di rarissimi e apparentemente inoffensivi gorilla. Si tratta però di uno degli animali-veicolo dei virus, quali sono anche i maiali, le zanzare o gli scimpanzé, potenziali vettori della prossima pandemia: basterà un piccolo spillover per trasmetterli all’uomo.

L’ipotesi che emerge è importante, perché restituisce a noi la responsabilità del nostro futuro: invece di cercare laboratori segreti, capire come funziona il mondo ed evitare – pensando di poter sottomettere la natura – di distruggerlo. In una bella recensione apparsa su Globalist, Marco Buttafuoco sottolinea che questo libro fa capire che la distruzione delle foreste pluviali, o la costruzione di megalopoli dove non dovrebbero essere, facilita o causa il contagio.

La distruzione delle foreste a vantaggio dell’agricoltura può mettere a contatto i coltivatori con le feci dei pipistrelli, le metropoli a ridosso della giungla causano contagi mai prodottisi prima. E così si può considerare che i mutamenti climatici favoriscono questi processi per tanti motivi. Non sono più impediti dal vivere, o sopravvivere in certe aree del mondo, insetti che prima non potevano proprio resistere in quei territori.

Intervistato in questi giorni da Wired, Quammen sulla situazione attuale tra l’altro ha affermato: “Non possiamo uscire da questa situazione, da questo dilemma: siamo parte della natura, di una natura che esiste su questo pianeta e solo su questo. Più distruggiamo gli ecosistemi, più smuoviamo i virus dai loro ospiti naturali e ci offriamo come un ospite alternativo. Siamo troppi – 7,7 miliardi di persone – e consumiamo risorse in modo troppo affamato, a volte troppo avido, il che ci rende una specie di buco nero al centro della galassia: tutto è attirato verso di noi. Compresi i virus. Una soluzione? Dobbiamo ridurre velocemente il grado delle nostre alterazioni dell’ambiente, e ridimensionare gradualmente la dimensione della nostra popolazione e la nostra domanda di risorse.”

Forse è per questo che tanti scienziati sono schierati con l’enciclica Laudato sì, il vero incubo di chi vuole trasformare l’Amazzonia in una grande area di allevamenti e coltivazioni di mais, e i mutamenti climatici in un’invenzione dei pessimisti.

Quammen nell’intervista parte dalla necessità di tutelare e non distruggere gli ecosistemi, oggi aggrediti più violentemente che mai. Laudato sì chiede un “sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi”. Quammen parla di riduzione della domanda di risorse, Laudato sì afferma che per le risorse si va creando “uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni”.

* Vaticanista di RESET, rivista per il dialogo

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