È una bozza che mantiene i punti fermi sui quali i leader stanno cercando di trovare un accordo, ma che viene rivista in maniera meno restrittiva rispetto a una precedente versione, facendo così emergere le difficoltà che ancora caratterizzano il tavolo sul clima del G20 in corso a Roma. “I negoziati vanno avanti, c’è un confronto serrato tra le parti e la partita non è chiusa“, fanno sapere fonti diplomatiche. Rimane l’impegno a limitare l’aumento della temperatura media globale non oltre 1,5 C°, di arrivare ad emissioni zero entro “la metà del secolo”, e non più entro il 2050 come stabilito precedentemente, visto che Cina a Arabia Saudita frenano puntando al 2060, e l’impegno a fermare il finanziamento della produzione di energia elettrica a carbone all’estero entro la fine di quest’anno, oltre a “fare del nostro meglio”, scrivono, per interrompere la costruzione di nuove centrali a carbone prima della fine degli Anni 30.

La volontà dei leader è quella di seguire i consigli della scienza che, senza un netto cambio di rotta, ha previsto una crisi ambientale inevitabile a causa dell’eccessivo innalzamento delle temperature, ma anche di evitare il più possibile deadline e impegni fermi e vincolanti che porterebbero alla rottura con i Paesi più restii a iniziative radicali e immediate. Segno, questo, dei difficili negoziati tra i diplomatici mentre i leader si sono riuniti per il vertice di due giorni a Roma. “Rimaniamo impegnati nell’obiettivo dell’Accordo di Parigi (2015) di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C al di sopra dei livelli preindustriali”, afferma la bozza citata da Reuters. E di conseguenza riconoscono “l’importanza chiave” del raggiungimento di emissioni nette di carbonio zero entro la metà di questo secolo. Un termine più generico rispetto alla volontà dichiarata di fissare il termine antro il 2050. Questo perché ci sono Paesi, come Cina e Arabia Saudita, che mirano a un allungamento dei termini di almeno dieci anni. Proprio il presidente Xi Jinping, nel suo intervento al summit, ha chiesto ai “Paesi più sviluppati” di dare l’esempio e “comprendere le difficoltà di quelli in via di sviluppo”. Una questione non di poco conto, visto che lo Stato è il maggior produttore di gas serra a livello mondiale.

Quello di oggi è stato solo un assaggio del confronto che attende i capi di Stato e di governo al vertice sul clima dell’Onu, la Cop26 di Glasgow, dove saranno presenti i rappresentanti di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite. Ma le premesse parlano comunque di un atteggiamento più blando sui limiti e le tempistiche degli impegni: “Mantenere 1,5°C a portata di mano richiederà azioni significative ed efficaci da parte di tutti i Paesi”, si legge nella bozza. Mentre una versione precedente era più netta parlando della necessità di “un’azione immediata”. Senza tenere conto che il testo riconosce che gli attuali piani nazionali su come ridurre le emissioni dovranno essere rafforzati, ma offre pochi dettagli su come ciò dovrebbe essere fatto.

Anche sulla costruzione di nuove centrali a carbone altamente inquinanti, il testo mostra un atteggiamento ancora blando rispetto a quanto chiesto dagli scienziati e dai movimenti ambientalisti. Si parla infatti di “fare del nostro meglio” per fermare il finanziamento della produzione di energia elettrica a carbone all’estero entro la fine di quest’anno, senza di fatto inserire obblighi più stringenti. Stessa formula usata per il metano, con i Paesi che “si impegneranno a ridurre significativamente le nostre emissioni collettive”.

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