Nuova stretta della Cina su Hong Kong a un anno di distanza dall’introduzione della legge sulla sicurezza che scatenò le rivolte nella città stato-asiatica. A essere colpiti questa volta sono i film proiettati nei cinema. Il 27 ottobre il parlamento locale ha deciso di modificare il regolamento operativo della commissione di censura, stabilendo il blocco della distribuzione per tutte le pellicole critiche o anche solo non allineate alle politiche del Partito Comunista cinese. Un provvedimento che rischia anche di aumentare ulteriormente la tensione tra Pechino e gli Stati Uniti, da sempre in prima linea nella difesa dell’autonomia hongkonghese e già irritati per le recenti dimostrazioni di forza sfoggiate contro l’isola di Taiwan.

Come spiegato dalle autorità locali, la stretta si è tradotta nell’approvazione di una serie di emendamenti alle legge sulla censura del cinema, la cosiddetta Film Censorship Ordinance, che proibiscono “la proiezione o l’uscita di film contrari all’interesse della sicurezza nazionale“, colpendo non solo il nuovo, ma anche il vecchio cinema dell’ex colonia britannica. Le modifiche, recita la sezione 14A del documento, si applicheranno infatti anche ai “film certificati“, cioè quelli già autorizzati all’uscita in sala, che potranno dunque essere ritirati dal commercio. Non solo. Secondo la nuova legge, le autorità competenti potranno inoltre compiere ispezioni “in ogni luogo” senza alcun mandato ufficiale, nel caso in cui l’ottenimento “risultasse nella perdita o distruzione delle prove di una violazione”. Inasprite, infine, le pene previste per chi viola le nuove disposizioni: i trasgressori rischiano una multa fino a 110mila euro e tre anni di carcere.

Secondo diversi esperti consultati dalla stampa internazionale, il provvedimento soffocherà la vivace industria cinematografica di Hong Kong rafforzando ancora di più il giogo messole dal Dragone nel giugno del 2020. All’epoca il comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo di Pechino, versione cinese del parlamento, aveva infatti approvato una legge che punisce gli atti di sovversione, secessione, terrorismo e collusione con le forze straniere compiuti dagli hongkonghesi. La misura era stata spacciata dal presidente cinese Xi Jinping come necessaria per riportare ordine in città dopo le violente proteste contro una proposta di legge sull’estradizione di latitanti hongkonghesi verso la Cina e altri Paesi. Ma la comunità internazionale si era opposta al provvedimento interpretandolo come un colpo di mano volto a cancellare l’autonomia garantita alla ex-colonia britannica dopo il suo ritorno alla Cina nel 1997. Tra i più accaniti oppositori del Partito Comunista proprio gli Stati Uniti allora guidati da Donald Trump, che a novembre avevano anche approvato l’Hong Kong Human Rights and Democracy Act, una norma bipartisan volta a sostenere la protesta pro-democrazia della città.

Nelle ultime settimane, nonostante il passaggio di testimone tra Trump e il neo-presidente americano Joe Biden, le tensioni tra Washington e Pechino sull’espansionismo cinese nei Paesi limitrofi si sono riaccese dopo per giorni centinaia di caccia militari con la bandiera del Partito Comunista hanno invaso senza autorizzazione i cieli di Taiwan. L’ultima tappa dell’escalation ha avuto luogo il 27 ottobre, dopo che il segretario di Stato americano Antony Blinken ha incoraggiato una maggiore partecipazione di Taipei nell’Onu: la Cina ha avvertito gli Usa sui rischi di un “effetto dirompente” nei rapporti bilaterali se la Casa Bianca continuerà a usare la “carta di Taiwan“.

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