È la “Salerno-Reggio Calabria” dei beni culturali. Il cantiere per la realizzazione dei Nuovi Uffizi, grazie al quale il più visitato museo d’Italia avrebbe più che raddoppiato la superficie grazie a una completa ridefinizione dell’utilizzo degli spazi dell’edificio vasariano costruito all’inizio della seconda metà del Cinquecento. Se ne parlava dagli anni Sessanta (del Novecento), ma solo al cambio del millennio l’idea ha iniziato a trovare realizzazione. Adesso, a 15 anni dall’apertura del cantiere, mancano ancora cinque anni al completamento del progetto che ormai pare infinito, talmente tante volte si è fermato e ripartito, per cause di diversa natura.

Questi sessanta mesi che separerebbero dallo smontaggio delle due gru che da decenni sono una presenza costante nello skyline di Firenze, servirebbero a concludere le opere attualmente in corso e a realizzarne almeno un paio nuove, molto attese.

La prima è la scala – per i collegamenti verticali – nella parte più vicina a Palazzo Vecchio del braccio di levante degli Uffizi. Quella scala è stata progettata più volte, ma la vicinanza dell’ex-chiesa di San Pier Scheraggio – l’antica chiesa medievale dal cui pulpito Dante Alighieri arringava i fiorentini quando era priore di Fiorenza – aveva spesso creato problemi e dissensi tra progettisti e storici dell’arte. Adesso le complicazioni sembrano superate e prima o poi inizierà anche questo tassello importante del cantiere dei Nuovi Uffizi.

L’ultima operazione nel cronoprogramma dell’impresa sarà la realizzazione della cosiddetta Loggia Isozaki – la copertura dello spazio all’uscita del museo in piazza del Grano -, di cui un anno fa fu annunciato con grande enfasi il finanziamento, per la cifra di 12 milioni di euro. Chissà se questi soldi saranno sufficienti quando arriverà il momento di costruire la struttura, ovvero quando sarà smontata la gru che da 15 anni campeggia in quella piazza sul retro degli Uffizi e fornisce assistenza alle parti più vicine a Palazzo Vecchio del cantiere, ma occupa proprio lo spazio che sarà interessato dalla copertura progettata dall’architetto giapponese Arata Isozaki.

Quando la gru sarà smontata, significherà che sarà giunto il momento della Loggia e il cantiere si avvierà verso la conclusione. La previsione è che tutto sia finito intorno al 2026, ovvero 20 anni dopo l’inizio di questa operazione.

Era il marzo del 2006 quando alcuni grossi bilici scaricarono nel piazzale degli Uffizi tonnellate di tubi che tre mesi più tardi avrebbero preso la forma del primo grande ponteggio: la “macchina di cantiere”. All’epoca la previsione era che tutto sarebbe finito entro il Natale del 2010. Undici anni dopo siamo ancora lontani dalla fine.

Dall’inizio dell’impresa sono passati undici governi, nove ministri della cultura, quattro soprintendenti dell’ormai superato Polo Museale Fiorentino e poi un direttore di prima fascia, una decina di direttori dei lavori (cinque addirittura si successero nell’arco di 80 giorni) e perfino un commissario che per cinque mesi fu espressione dell’Unità di missione della Protezione civile. Tutto ciò per rendere più ampio il museo in funzione di una sempre maggiore valorizzazione delle collezioni soprattutto pittoriche (che nel frattempo, cinque anni fa hanno perduto per sempre il Corridoio Vasariano come spazio espositivo).

Nonostante l’ambizioso obiettivo, in tutti questi anni il cantiere si è mosso con grande lentezza (neanche il suo inserimento tra le “Grandi opere” dei governi Berlusconi ottenne l’effetto sperato, anzi…), dimostrando che quando si deve intervenire su strutture antiche, in Italia le cose si complicano all’infinito. A dire il vero in tutti questi anni il museo non ha mai chiuso a causa del cantiere, ma il progetto è stato scritto, riscritto, cambiato, aggiustato, ha subito stralci e variazioni un’infinità di volte. E non sono mai state sufficientemente chiare ed esaustive le notizie sullo stato di avanzamento dei lavori: eppure per un’impresa che all’inizio doveva costare 30 milioni di euro (nel 2006) e alla fine supererà la cifra di 70 milioni – e con un “ritardo” di 16 anni sul primo cronoprogramma di soli 1650 giorni – pareva il minimo.

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