Sei anni di assenza ma con tante cose da dire. Carmen Consoli è tornata con l’album “Volevo fare la rockstar” che racchiude in sé il suo mondo fatto di affetti ma anche di una visione nuda e cruda di certa società e politica. Ed ecco la metafora di certi manager e politici che promettono facili prodigi che sanno far leva sulle debolezze d’ognuno (“Mago Magone”), le guerre, la povertà dell’Africa e dei millantatori di verità (“Qualcosa di me che non ti aspetti”) e contro il sovranismo (“L’uomo nero”). Non mancano i momenti più intimi come la lettera al figlio Carlo (“Le cose di sempre”), al padre (“Armonie numeriche”) e la confessione delle paure più intime (“Imparare dagli alberi a camminare”). Carmen Consoli è l’anti diva per eccellenza, vive tra Catania e la residenza estiva a Punta Lazzo, sull’Etna, a poco distanza dalla casa dell’amico e artista scomparso Franco Battiato. Coerente, fedele a sé stessa ma con una visione chiara sulla vita: “Bisogna rincorrere i propri sogni, seguendo sempre il cuore”. C’è in previsione il Festival di Sanremo 2022? “Sanremo è sempre nei miei piani, amo cantare con quell’orchestra. L’unico problema è avere la canzone giusta per quel palco”.

“DA BAMBINA VOLEVO FARE LA ROCKSTAR” – “Sono cresciuta ‘contaminata’ da papà siciliano e mamma veneta, una contaminazione che spesso si riversava nelle grandi tavolate. Unione perfetta delle due regioni che alla fine tanto diverse non erano: eravamo sempre festosi, ci piaceva pranzare insieme, si parlava di cibo mentre si mangiava. Un giorno, da piccolina, ho ricevuto in regalo la musicassetta “Elvis Presley Sings Flaming Star” che ho ascoltato a ripetizione e ci rimasi male quando venni a sapere che era scomparso diversi anni prima, ero distrutta. Io volevo fare la rockstar ma nel frattempo soffrivo, in quel periodo, perché a scuola tentavano di correggere il mio essere mancina. Era novembre, c’era caldo in Sicilia e la merenda si faceva alle 10:15 nel cortile delle Suore Orsoline in via Roma 14 e lì sognavo ad occhi chiusi. Volevo un palco per me con una chitarra vera, le luci colorate e chissà perché avevo associato all’idea anche la gomma da masticare famosissima rosa con la quale si facevano delle bolle enormi. Immaginavo che l’America fosse tutta grande enorme e bellissima. Così ho recuperato un piccolo microfono, una lampadina, un cavetto elettrico, ne ho ricavato un impiantivo e ho messo uno starter che dava effetto luci a intermittenza. Così mi mettevo sul tavolo della cucina e sognavo di fare la rockstar”.

“BISOGNA APRIRE IL CUORE E ACCETTARSI” – “Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia di sognatori. Nel 1974, sono nata in quell’anno, il sogno non era un crimine, non era un delitto. Ci si prendeva il tempo per sognare. Il mio sogno sarebbe diventato un desiderio e poi un progetto. I miei mi chiedevano cosa volessi fare, poi mi hanno spiegato che in mezzo ci sarebbe stato un percorso: ‘Ma se sai già cosa vuoi essere e ciò ti fa sentire a tuo agio, allora lotta per questo, procurati i mezzi per raggiungere il tuo sogno’. Io ho imparato che il sogno è un progetto, se al sogno seguono una serie di azioni e di atti che ti portano a realizzare il tuo desiderio. Esistono delle interviste, realizzate negli Anni 70 e 80 , fatte ad alcuni studenti universitari dove era emerso che il narcisismo emergeva al 30% mentre l’empatia al 70%. Oggi i parametri si sono capovolti. Ai miei tempi si dava ragione al cuore. I medici – che oggi non hanno senso perché sono tutti laureati in medicina grazie al Web – dicevano che nel fegato risiede il coraggio che per noi risiede nel cuore, la scienza diceva che l’intelligenza risiede nel cervello per noi è nel cuore. Allora quando si apre il cuore e si accetta cosa siamo, si vive per conseguire un sogno. Sporgersi, a volte, è necessario, bisogna sfidare la paura delle vertigini”.

“ORMAI SIAMO TUTTI ANIME IN CARRIERA” – “Noi siamo anime in carriera perché ormai è talmente importante l’idea della prestazione, del profitto a tutti i costi, del raggiungimento di un tenore di vita alto, legato più che altro al Pil che non consideriamo più come valore extra-sociale quello della felicità e dell’amore. Su questi punti nessun Governo ha investito. Trattiamo le persone come fossero dispositivi elettronici. È come fossimo in aggiornamento continuo. Sicuramente ci hanno messo addosso un microchip (ride, ndr). Non abbiamo più tempo per sognare e per raggiungere quello che vogliamo. Io devo raggiungere ciò che gli altri si aspettano che raggiunga. Il resto non ha importanza. Il filo del discorso bisogna riprenderlo perché i nodi vengono al pettine: noi abbiamo dimenticato, per essere così al passo coi tempi, i nostri desideri più profondi. Propongo di fermarci un attimo e fare le cose che ci piacciono con passione, tanto impegno e un pizzico di felicità”.

“C’È BISOGNO DELLA CULTURA, ABBIAMO VISTO COSE BRUTTE” – “I concerti sacrificati per i rigidi protocolli? Abbiamo passato gli ultimi trent’anni ad assistere ad una politica che diceva ‘con la cultura non si mangia’. Nessuno ha tenuto conto, e continua il trend anche ora, che la musica, lo spettacolo e l’arte possano essere una risorsa economica. No, invece siamo considerati ‘parassiti’ che possono contagiare ai concerti. La legge deve essere uguale per tutti e questa uguaglianza io non l’ho vista in questi mesi, penso alle partite di calcio e ai festeggiamenti per gli Europei. Io sono ignorante in tante cose ma mi spiegate perché negli aeroporti dobbiamo rispettare le distanze, gli imbarchi contingentati e poi d’un tratto i ritroviamo tutti stipati nella stessa cabina per un lungo tempo, durante il viaggio? Il Green Pass è un mezzo giusto, ma dobbiamo spingere sulla cultura perché qualcosa possiamo imparare dall’arte come dalla musica o da uno spettacolo a teatro. Sono bisogni primari perché in questi due anni di pandemia abbiamo visto cose molto brutte. Sì, penso proprio che anche la ‘Divina Commedia’ sia nutrimento per l’anima”.

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