Premessa: qualunque sciocchezza dica Francesco De Gregori deve essergli perdonata per quel che ha cantato e scritto nel secolo scorso.
Imbarazzante in effetti è l’imbarazzo che De Gregori dice di provare per quei suoi colleghi che impegnano la propria immagine, la propria reputazione pubblica a favore di una casa.
Per esempio, Gaza. Non condivide che “l’uomo di spettacolo” eserciti questa moral suasion, diciamo così. Utilizza il termine “uomo di spettacolo” per definire la categoria in cui ritiene di essere catalogato. E non si accorge che se tutti la pensassero allo stesso modo non ci sarebbe opinione pubblica, non ci sarebbe giudizio, confronto, dibattito, polemica.
Sarebbe una valle di nebbie. Lui è uomo di spettacolo. Il carrozziere è uomo di officina? L’avvocato? Il giornalista? Lo spazzacamino? Il mercante d’arte? Se ciascuno volesse riproporre il pensiero di De Gregori, se ciascuno di noi non sentisse la necessità, anche il bisogno di manifestare pubblicamente il proprio pensiero per dichiarare la propria posizione civile e anche politica nella società, quella società cosa sarebbe?
Forse De Gregori aveva voluto dire, e noi infedeli non l’abbiamo compreso, che non è obbligatorio per tutti prendere posizione. Comprensibile, del tutto plausibile. Non tutti abbiamo motivo, ragione, o valutiamo come necessario esternare i nostri sentimenti. Quel che è insopportabile e che dà fastidio è la dizione “uomo di spettacolo” sotto la quale temiamo si sia accampata l’idea che chi sale sul palco ha diritto a nascondere il pensiero o a simularlo per non far torto al principio ecumenico di non far torto a nessuno.
Sarebbe la retrocessione della civiltà del pensiero alla definizione di una comfort zone in cui l’idea, messa al riparo, viene coltivata come quelle piante in serra. Ma De Gregori, che ha scritto e cantato Rimmel, sicuramente è stato frainteso.