In un mondo ideale – e con una giuria diversa – la Palma d’oro del 74° Festival di Cannes sarebbe andata a un film sulla carta “impenetrabile” (giapponese di 3 ore..) ma sul grande schermo indimenticabile. Drive My Car di Hamaguchi Ryusuke rasenta il capolavoro per come è stato scritto, diretto e interpretato. Vero è che si origina da un’eccellenza autoriale come Murakami Haruki, dal cui omonimo racconto del 2014 (raccolta Uomini senza donne) ma da quel testo mirabile è sgorgato un prodigio audiovisivo, in altre parole, una di quelle opere che non ti aspetti, specie a fronte di altri cineasti più acclamati che quest’anno hanno concorso sulla Croisette. Purtroppo Drive My Car si è dovuto “accontentare” del premio per la sceneggiatura e del FIPRESCI.

Al centro è la vicenda umana e professionale di Yusuke, un attore e regista teatrale di successo, a cui scompare la moglie drammaturga per un improvviso mancamento. Due anni dopo gli viene affidata la regia di Zio Vanya presso un teatro di Hiroshima: Yusuke accetta di spostarsi a bordo della sua amata Saab 900 nella città di tristi memorie atomiche, e una volta sul posto gli viene però imposta una giovane autista, taciturna e apparentemente apatica, a guidare la sua auto. Seppur reticente, l’uomo è costretto ad accettare di vedersi trasportato a bordo del proprio veicolo, ma è nei percorsi tra l’alloggio e il palcoscenico che Yusuke e la ragazza iniziano un dialogo capace di sondare i reciproci rimossi, conducendoli verso luoghi dell’anima inattesi e inesplorati.

Al di là del racconto salvifico che occupa tre ore di visione con rara intensità, Drive My Car ha il pregio di lavorare sulla stratificazione semantica strutturata sull’apparenza di un testo semplice. Se infatti è vero che a centro della riflessione vi sia l’essere umano colto nell’ontologica solitudine della vita, che tuttavia lo chiama a dialogare con il proprio passato e a relazionarsi coi suoi simili, il film si (pre)occupa anche di approfondire le dicotomia di verità & falsità, realtà & finzione da sempre ossatura seminale delle arti teatrale e cinematografica. In tal senso protagonista diventa la potenza del linguaggio: portatore di senso e relazioni su più livelli, indagatore dello spazio, navigatore nel tempo.

Perché Drive My Car è anche un’opera anche sul trascorrere del tempo, sul movimento nello spazio dei non-luoghi come può essere l’abitacolo di un’automobile, che diviene il sintomo di un’identità in fieri. Raramente il cinema contemporaneo ha portato in essere un film così ricco di suggestioni testuali e visive capaci di mutarlo persino nel corso del proprio offrirsi: un autentico on the road dello spirito e dell’arte in grado di farsi apprezzare dal pubblico di ogni lingua e cultura. A distribuirlo è la Tucker Film – specializzata nelle cinematografie dell’estremo oriente – dal 23 settembre nelle migliori sale italiane con una distribuzione capillare che fa eco al precedente lavoro di Hamaguchi, Il gioco del destino e della fantasia, premiato all’ultima Berlinale con il Gran premio della giuria.

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