Se in Italia il dibattito sul nucleare negli ultimi giorni si è concentrato sulle tecnologie di quarta generazione, per via delle dichiarazioni del ministro della Transizione Ecologica, ridimensionate poi dallo stesso Roberto Cingolani (“Non c’è stata nessuna proposta”), dall’altra parte del mondo, in Giappone, in questo momento la priorità è legata al disastro dell’11 marzo 2011. E c’è una novità: l’acqua contaminata utilizzata alla centrale nucleare Fukushima Daiichi per raffreddare i reattori danneggiati verrà scaricata attraverso un tunnel sottomarino. Non utilizzando infrastrutture esistenti per scaricarla vicino alla costa, come pure si era ipotizzato. La società che gestisce la centrale, la Tokyo Electric Power Company (Tepco) ha presentato il suo progetto nei giorni scorsi e ha garantito che il luogo dove l’acqua verrà rilasciata è fuori dall’area in cui operano i pescatori (ed anche abbastanza lontana dalla centrale) e che compenserà eventuali perdite dovute a un calo delle vendite dei prodotti ittici che, a Tokyo, tutti si aspettano. Ma le rassicurazioni non sono sufficienti. Non solo perché restano da chiarire diversi aspetti del progetto, ma anche perché già in passato la società è riuscita a evitare risarcimenti e pagamenti di indennizzi. A peggiorare la situazione, anche le tensioni diplomatiche. Da un lato la Cina contraria allo sversamento, dall’altro i marines statunitensi che, invece, hanno scaricato acqua inquinata da perfluoroottano solfonato (PFOS) nella rete fognaria di Okinawa, avvisando le autorità un’ora prima e senza che vi fosse un accordo ufficiale sulla procedura da seguire. Ne è nato un caso diplomatico, che si è aggiunto alle tensioni provocate dalla presentazione del progetto della Tepco.

IL PROGETTO DELLA TEPCO – L’acqua contaminata utilizzata per il raffreddamento dei reattori viene sottoposta a un trattamento di osmosi inversa, l’ALPS (Advanced Liquid Processing System) di Fukushima Daiichi, per rimuovere gli isotopi radioattivi. Ma questo sistema non riesce a eliminare il trizio, isotopo radioattivo dell’idrogeno. In attesa di una soluzione, da anni viene stoccata in oltre mille grandi serbatoi che circondano la centrale. Secondo il gestore della centrale, considerando che l’acqua stoccata ha superato da tempo 1,2 milioni di tonnellate e che ogni giorno se ne producono 140 tonnellate, le cisterne raggiungeranno la massima capacità entro l’estate del 2022. Da qui la necessità di trovare una soluzione. A febbraio 2020 il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, ha dichiarato che il rilascio dell’acqua nell’Oceano Pacifico è in linea con gli standard internazionali dell’industria nucleare. Di tenore diverso le posizioni di Cina e Corea del Sud e degli ambientalisti, che già avevano criticato la gestione dell’intera vicenda, sottolineando proprio la presenza, nell’acqua stoccata, non solo di notevoli quantità di trizio, ma anche della contaminazione da radionuclidi ben oltre i limiti di legge e, in particolare dal Carbonio-14 (C-14) e dallo Stronzio-90. Come si risolverà il problema? Il progetto prevede che, prima di essere scaricata nell’Oceano Pacifico, l’acqua radioattiva venga trattata ulteriormente con il sistema ALPS e poi miscelata con grandi quantità di acqua di mare per diluire i livelli di concentrazione del trizio “ben al di sotto degli standard di legge”. Poi sarà conservata per due giorni per misurare il livello delle sostanze radioattive. Solo allora, attraverso il tunnel sottomarino di 2,5 metri di diametro realizzato nel substrato roccioso, con un tubo al suo interno, le acque contaminate verranno rilasciate a un chilometro dalla costa e a una profondità di 12 metri. Questo per venire incontro alle proteste dei residenti e, soprattutto, dei pescatori. L’operazione durerà decenni, proprio per limitare al massimo i danni.

TEMPI, COSTI ED EVENTUALI INDENNIZZI – Non sono stati ancora annunciati i costi del progetto, ma anche i tempi sono tutt’altro che sicuri. La compagnia nucleare avvierà uno studio del fondo marino entro la fine di settembre, in modo da poter iniziare la costruzione del tunnel alla fine di marzo 2022 e completare il progetto entro la primavera del 2023. Solo allora si dovrebbe potere iniziare a scaricare l’acqua nell’oceano. Ma il condizionale è d’obbligo, perché molto dipenderà in primis dagli esiti dello studio sul fondo marino. A questi dubbi per i pescatori si aggiungono quelli su eventuali danni e risarcimenti. Dopo le rassicurazioni di Tepco, anche rispetto ai calcoli su vendite e prezzi dei prodotti che potrebbero subìre variazioni, il governo giapponese si è detto pronto, se servirà, ad acquistare i prodotti invenduti per sostenere i pescatori. Ma ad oggi non sono stati illustrati i criteri precisi che verranno adottati per calcolare eventuali indennizzi e, d’altronde, già in passato ci sono stati casi in cui la società si è rifiutata di risarcire alcune aziende i cui affari sono stati danneggiati dal disastro nucleare, chiedendo prova di un nesso non sempre facile da dimostrare.

TRA L’IRA DELLA CINA E L’INCIDENTE DIPLOMATICO CON GLI USA – Nel frattempo Tokyo si trova tra due fuochi, dovendo gestire da un lato i malumori della Cina, da sempre contraria allo sversamento e l’ultimo incidente (diventato caso diplomatico) che ha coinvolto gli Stati Uniti. Il 26 agosto, infatti, i marines hanno scaricato nel sistema fognario di Okinawa acqua contaminata da perfluoroottano solfonato (PFOS), sostanza chimica potenzialmente pericolosa, proveniente dalla stazione aerea Futenma (Ginowan) del corpo dei marine degli Stati Uniti. Un’operazione della quale gli Usa hanno informato Tokyo con una e-mail inviata solo un’ora prima. Tra l’altro, nello stesso giorno in cui si doveva tenere un incontro ‘tecnico’ per discutere sulle procedure da seguire per smaltire quell’acqua. Un comportamento considerato un “oltraggio” dal governatore di Okinawa, Denny Tamaki, ancora di più perché la ragione sarebbero stati i costi troppo alti dell’incarico prima affidato a una società privata. Nel frattempo gli Usa si sono affrettati a dichiarare che l’acqua scaricata in mare, 64mila litri, sarebbe stata trattata per soddisfare i livelli di qualità dell’acqua potabile. Certo è, però, che gli impianti di trattamento delle acque reflue in quell’area non sono attrezzati per ridurre la concentrazione di Pfos. E la Cina non è rimasta a guardare. Secondo Wang Wenbin, portavoce del ministero degli Esteri cinese, l’iniziativa dei marines Usa non è poi così diversa da quella del Giappone che presta attenzione “solamente alla tutela del proprio ambiente, trascurando la protezione dell’ambiente ecologico dell’oceano a livello globale”.

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