La costruzione in Cina di centrali a carbone renderebbe nulli gli sforzi del mondo intero contro il surriscaldamento globale. Queste le parole ai giornalisti di John Kerry, inviato speciale per il clima degli Stati Uniti, dopo l’incontro, a Tianjin, con alti funzionari cinesi. Il braccio destro di Joe Biden sulle questioni relative ai cambiamenti climatici non avrebbe esitato a definire Pechino come il più grande inquinatore del mondo e i suoi impianti come una sfida all’impegno per annullare le emissioni e “raggiungere lo zero netto entro il 2050”.

La Cina non ha particolarmente gradito l’uscita. Se Kerry e gli altri emissari del governo di Washington vorranno concludere qualcosa, dovranno prestare più attenzione: secondo il ministro degli Esteri Wang Yi la tensione tra i due Paesi potrebbe pesare sulla cooperazione contro il cambiamento climatico. “Un grave errore di calcolo strategico da parte degli Stati Uniti ha portato all’improvviso deterioramento delle relazioni bilaterali negli ultimi anni”, ha detto il capo della diplomazia asiatico dopo un videocolloquio con il politico americano “la palla è ora nel campo degli Stati Uniti”. Pechino non sarebbe infatti né una minaccia, né una rivale e Washington deve astenersi dal “contenere e reprimere la Cina in tutto il mondo”.

L’intesa tra le due superpotenze mondiali dovrebbe ripartire proprio dagli accordi sul clima, un’oasi per le relazioni bilaterali – secondo Wang – che serve gli interessi di entrambe le parti e potrebbe godere di prospettive molto ampie. Ma che “potrebbe essere desertificata molto presto” dalla desolazione che la circonda. La cooperazione – ribadisce però il ministro degli Esteri cinese – è l’unica scelta giusta, anche sulla spinta della forte aspettativa della comunità internazionale. Occorre perciò ricostruire un terreno di rispetto e dialogo, accantonando le differenze per raggiungere risultati più vantaggiosi per tutti.

Da parte sua, Kerry ha riconosciuto l’importanza della cooperazione: l’unica risposta possibile alle sfide del cambiamento climatico. E si è impegnato a fare pressioni affinché la Cina adotti ulteriori misure per ridurre le emissioni: la crisi climatica “deve essere affrontata con la serietà e con l’urgenza che richiede”, ha fatto sapere in un comunicato del dipartimento di Stato. Gli Stati Uniti sarebbero quindi disposti a lavorare con Pechino, in vista degli ambiziosi obiettivi degli accordi di Parigi, nei quali Washington ha scelto di rientrare, dopo l’elezione di Biden. “Questo creerà anche opportunità per affrontare le difficoltà legate alle relazioni” secondo l’inviato speciale Usa.

La Cina attualmente è il più grande responsabile delle emissioni di anidride carbonica al mondo. La seguono di poco proprio gli Stati Uniti, che hanno sulle spalle il loro massiccio passato industriale. Malgrado il leader cinese Xi Jinping abbia promesso di raggiungere il picco di emissioni di carbonio entro il 2030 e di diventare carbon neutral entro il 2060, gran parte del consumo energetico (circa il 60%) continua a dipendere fortemente dal carbone. I due Paesi dovranno perciò mettere in campo non solo la diplomazia, ma anche azioni concrete per invertire la tendenza.

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