Dal pene scoperto di Harvey Keitel al pene scoperto di Benedict Cumberbatch. Dal pianoforte di Holly Hunter al pianoforte di Kirsten Dunst. Non si può dire che Jane Campion non abbia le sue ossessioni feticiste, almeno quando si tratta di tornare nella riffa festivaliera: là di Cannes, qui di Venezia 78. The power of the dog, in Concorso, ha tanti sotterranei richiami dettaglio verso Lezioni di piano e uno slancio un po’ a vuoto, un po’ stitico, un po’ troppo trattenuto, verso un cinema di genere (tardo/anti western?) al maschile (anzi, con gli uomini etero oramai sfatti di fronte a cotanto gender fluid) che sembra scivolare nell’anonimato di lusso. Siamo nel Montana (poi Otago neozelandese come reale set), nel 1926.

I due fratelli mandriani Phil (Cumberbatch) e George (Jesse Plemons) Burbank, il primo lurido, villico e zozzo tanto l’altro è a modino e tirato, stanno per concludere la transumanza verso casa quando sostano in una sorta di saloon dove cucina pollo fritto la vedovella Rose (Dunst) e il figliolo efebico Peter (Kodi Smit McPhee, figliolo anche di Viggo Mortensen in The Road). Quest’ultimo viene preso in giro dai mandriani capitanati da Phil per le sue composizioni floreali cartacee usate come centrotavola. George intravede mamma Rose piangente in cucina, si scusa di cotanta irruenza mascolina, si innamora di lei fino a sposarla e a portarla a vivere nel ranch di famiglia dove la raggiungerà Peter e dove le scintille tra lei ubriaca e Phil ingelosito non smetteranno mai fino al tragico mortifero epilogo. Una strana frontiera quella della Campion, tratta pur sempre da un romanzo di Thomas Savage datato 1967: tutta luce naturale (quindi un film dalle tonalità marroni e grigie inclini al buio), scarsità di trucco (la cadavericità dei convenuti è estrema), e un cumulo di melma e sporcizia a ricoprire Phil, il fratello che non si vuole mai lavare rimanendo ai margini familiari, di un già marginale lembo di società liminale dell’Ovest.

Campion, che il film se l’è anche scritto, riduce la nervatura guizzante della scrittura a scontri duali e sospesi, dilata i tempi di reazione dei personaggi di fronte alle sorprese degli screzi a due quasi all’inverosimile, non chiude mai il cerchio (la centrale antipatia Rose vs. Phil non ha mai un apice vero e proprio) della disputa familiare se non affidandosi ad un’agnizione thriller che deraglia oltremisura. Non basta disegnare aridi e inquieti campi lunghi del west. Non serve disegnare angolazioni peregrine per creare pathos (fate caso alle diagonali da asilo con cui si sbirciano in cagnesco Phil e Rose). Non è sufficiente insufflare la bizzarra mania da anatomopatologo di Peter che tira il collo a galline e conigli come ridere e che fa il paio alla castrazione di tori che Phil compie a mani nude per presagire un finale inatteso. The power of the dog è un film senza un centro di gravità permanente, privo di compattezza drammaturgica, suddiviso in capitoletti impossibili. Un mezzo pastrocchio, anzi intero, che talvolta rischia di essere pure messo in pausa. Tanto è distribuzione Netflix. Dunst e Plemmons non pervenuti. Cumberbatch iroso, sporco, e con quel banjo da weekend di paura suonicchiato come un gonzo qualunque, dondola tra un possibile sublime e un probabile overacting.

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