Il fiume in piena chiamato Roberto Benigni non può prosciugarsi. Per definizione. Dopo essere stato osannato e celebrato ieri sera per la consegna del Leone d’Oro alla carriera, nella sua Masterclass odierna moderata da Gianni Canova (quasi ammutolito dal mattatore toscano) ha sfoderato il meglio di sé. Come del resto è sua abitudine, da artista generoso quale lo si conosce. Arrivando persino ad abbracciare una persona del pubblico che gli ha confidato – ringraziandolo – di dovere il cambiamento della sua vita dalla visione de La vita è bella.

Di tanto, di tutto, ha parlato, attraversando di emozioni ogni concetto e pensiero portato a tema. Incoraggiato da Canova a esprimersi sui propri maestri (“Charlot, Totò, e persino Tatì. Sono questi o altri i tuoi maestri?”) ha celebrato questi ed altri grandissimi, paragonandoli “al mare, al cielo, agli elementi del cinema”. “Aggiungerei pure Buster Keaton, non sono maestri questi signori, sono delle immagini e sensazioni irraggiungibili, e perciò dei modelli a cui ambire volando, per questo hanno messo le ali al Leone! Quando ho scoperto Chaplin, grande come Michelangelo, ho notato che ha inventato tutti i gesti del mondo, le maschere sconosciute hanno trovato un loro interprete, come quando si legge il Don Chisciotte di Cervantes: come si fa ad essere sempre poetici e ridicoli insieme? Ecco Chaplin è questo! Avevo 14 anni la prima volta che vidi un suo film, e ne uscì muto, come gli antichi greci davanti alle statue degli dei. Il Grande Dittatore, ad esempio, è un film inallontanabile, ti resta appiccicato. Chaplin è un rivoluzionario suo malgrado, Fellini diceva di lui che era l’Adamo del cinema, il primo uomo”. E, a proposito di Fellini, quasi non trova vocaboli: Un miracolo della natura, come stare dentro a un incendio. E’ il regista che ha fatto più capolavori di tutti”.

“Un altro grande – aggiunge il premio Oscar – è Bunuel, è uno dei cineasti più spirituali. ‘Sono ateo grazie a Dio’ diceva di sé, eppure era tra i più religiosi. Entrambi lui e Fellini hanno espresso la propria arte attraverso il linguaggio di quel sogno, qualcosa di strepitoso. E mi sento in questa sede di ringraziare Giuseppe Bertolucci a cui devo tutto”.

Quanto al mestiere dell’attore che, suggerisce Canova “nelle lingue europee ha anche fare con il gioco, ad eccezione dell’italiano”, Benigni si pone dalla parte della nostra lingua “perché non è un gioco, è un lavoro. Non sei tu, o attore, che devi divertirti, tu devi lavorare. Recitare non significa imitare, quando si recita si entra in un altro mondo, l’imitazione è una cosa farsesca, spettacolare e divertente, ma non ha niente a che vedere con la recitazione. Recitare è un mistero, basta un gesto e sei trasformato in un’altra persona. Ma è il mestiere del regista il più duro, è come far volare un’astronave, è un dono di Dio. Il regista deve scegliere sempre, dal primo all’ultimo giorno di produzione. La regia è la fatica più grande del mondo, e creare per il cinema è un lavoro, mettiamocelo in testa, bisogna lavorare!

Sostieni ilfattoquotidiano.it ABBIAMO DAVVERO BISOGNO
DEL TUO AIUTO.

Per noi gli unici padroni sono i lettori.
Ma chi ci segue deve contribuire perché noi, come tutti, non lavoriamo gratis. Diventa anche tu Sostenitore. CLICCA QUI
Grazie Peter Gomez

Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Venezia 78, “The Power of dog”: delude l’anti western di Jane Campion con un lurido e sporco Benedict Cumberbatch che mostra le sue grazie

next