Il nuovo rapporto dell’Ipcc sui cambiamenti climatici ha stupito tutti, ma non certo noi. Gli esperti dell’Onu nei giorni scorsi hanno lanciato l’ennesimo allarme, arrivato puntuale dopo l’ultimo documento ufficiale risalente al 2018, divulgando dati e proiezioni che anche questa volta lasciano pochi spazi d’interpretazione: la crisi climatica corre il triplo più veloce rispetto a tutto il XX secolo e le stime riportate ci mostrano che se non ci si muove ora, inaugurando l’inizio di un cambio di rotta radicale, i danni diventeranno irreversibili e il Pianeta raggiungerà un vero e proprio punto di non ritorno.

Cosa che sta già accadendo, in realtà, almeno per quanto riguarda l’innalzamento del livello del mare: dal 1901 al 2020 è stato di 20 cm, con una crescita media di 1,35 mm all’anno dal 1901 al 1990 e una brusca accelerazione che ha fatto registrare 3.7 mm all’anno tra il 2006 e il 2018. Una situazione globale che coinvolge ogni regione del Pianeta e che è considerata, dagli stessi 234 autori del report, come irreversibile in centinaia o migliaia di anni. A questo terribile scenario si aggiunge poi quello legato alle concentrazioni atmosferiche di CO2, le più alte degli ultimi 2 milioni di anni, oltre a quelle di metano e protossido di azoto, le più alte degli ultimi 800mila anni.

Il Climate change 2021: the Physical Science Basis ha catturato l’attenzione del grande pubblico proprio in una stagione in cui numerosi fenomeni ambientali e catastrofi naturali ci hanno fatto sentire la crisi climatica ancora più vicina: gli incendi in Turchia, Grecia e qui in Italia, le alluvioni in Germania e in provincia di Como. Una scomoda coincidenza che ha posto tutti di fronte alle proprie responsabilità, a partire dalla necessità di mettere subito in pratica ciò che era stato concordato durante i negoziati sul clima.

Cosa abbiamo intenzione di fare? Ascoltare finalmente i messaggi del Pianeta e reagire o voltarci dall’altra parte, ancora una volta? I risultati nel lungo periodo, a questo punto della storia, andrebbero solo a riconfermare ciò che ormai non è più un segreto da anni: il ruolo dell’influenza umana e del nostro sistema di consumi sui cambiamenti climatici è indiscutibile. Ed è per questo che è arrivato il momento di agire per scongiurare il peggio, salvando tutto ciò che può essere salvato. Perché la verità è che non tutto è davvero perduto, se riusciamo a prepararci con consapevolezza alle nuove sfide del futuro: sfide che la politica internazionale deve affrontare attraverso un processo decisionale legato soprattutto alla riduzione di emissioni di anidride carbonica e altre tipologie di gas serra. Una svolta epocale che porterebbe benefici a breve termine per quanto riguarda la qualità dell’aria, ma in ogni caso necessiterebbe di circa 30 anni per influire concretamente sulle temperature globali del pianeta e stabilizzarle.

Ecco che, quindi, il vero obiettivo ora dovrà essere quello di avvicinarci a tutti quegli approcci politici ed etici che pongono la tutela dell’ambiente al centro dei tavoli di lavoro, del dibattito collettivo, dei processi organizzativi. Una linea guida che negli scorsi anni è stata in gran parte sottovalutata e relegata ai margini delle discussioni, come si fa con una curiosità da approfondire se rimane del tempo a fine giornata. Quante volte, soprattutto noi giovani, abbiamo chiesto all’attuale classe politica di dimostrare di avere una visione a lungo termine, una progettualità, un programma dedicato alle prossime generazioni e non solo alle prossime elezioni, rubando la nota citazione di Alcide De Gasperi? Non è forse questa l’occasione per fare fronte comune e creare un nuovo motore collettivo che possa, al contempo, inserire nelle priorità la questione ambientale e riavvicinare i giovani alla vera partecipazione politica?

In questo senso, sono gli stessi fatti a obbligarci ad una valutazione più proattiva di ciò che ci potrà offrire il futuro: avere l’opportunità di forgiare una nuova rappresentanza o continuare a prendere tempo, aspettando che qualcun altro, prima o poi, risolva le cose al posto nostro. E questo vale per tutti: politica ma soprattutto cittadini, perché nessuno deve sentirsi deresponsabilizzato per quello che sta accadendo. Si tratta di un problema che riguarda tutti e dal quale sarà fondamentale uscirne insieme, attraverso sia i comportamenti quotidiani dei singoli, sia le scelte difficili e – probabilmente – impopolari che dovranno prendere le classi dirigenti nei prossimi mesi.

E forse è proprio questo, allora, il messaggio più importante da trasmettere: passare dalla costernazione temporanea provocata dai titoli catastrofisti dei media e dei post sui social alle prese di posizione concrete che possano cambiare le cose, questa volta per davvero, questa volta senza nascondere la testa sotto la sabbia. Perché fra non molto, se tutto ciò avverrà troppo comodamente, la testa dovremo nasconderla sott’acqua.

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