La sincera soddisfazione del presidente Coni Malagò, che ha evidenziato l’ottimo risultato avuto dagli atleti italiani di origine etnica diversa dalla nostra, ha scatenato un putiferio subito dopo che qualcuno, eccitato dalla novità, ha proposto di premiare immediatamente questi valorosi con lo Ius Soli, ovvero la cittadinanza italiana. Personalmente sarei d’accordo, migliore dimostrazione di merito non c’è. Tuttavia il caso dimostra l’incredibile confusione che ancora circola su questa modalità di assegnare la cittadinanza ad un popolo.

Dispiace che, subito risvegliati dall’occasione, siano fulmineamente saltati sul carro della proposta persino Enrico Letta, leader del Pd, e altri vecchi innamorati di questa idea, perché la prima obiezione che è doveroso fare è questa: essendo lo Ius Soli l’unica legge che assegna il diritto di cittadinanza automaticamente a chi nasce nel suolo di giurisdizione delle nazioni stesse che hanno emanato questa normativa (attualmente però, tra le grandi democrazie, sono solo gli Stati Uniti d’America ad averla), com’è possibile premiare con lo Ius Soli soggetti che sono già irreparabilmente nati altrove?

Beh, certo, lo Stato può fare una leggina ad hoc e sistemare elegantemente questa faccenda, che però riguarderebbe solo i medagliati, non gli altri. Ma se dai un premio così importante a quelli che hanno vinto una medaglia, agli altri che pure hanno lottato ma non ci sono riusciti cosa dai, niente? E ai nostri medagliati già in regola con la cittadinanza, cosa regaliamo per equità? Un biglietto della lotteria per la cittadinanza Usa? E tutti gli altri che si sono guadagnati la partecipazione, hanno lottato come leoni, ma non sono saliti sul podio, non meritano niente?

Ok, cerchiamo però di non esagerare adesso. La proposta di Malagò, in realtà, più che dare un ulteriore premio a costoro voleva cercare di cancellare quella odiosa, sottile discriminazione che nega la cittadinanza a ottime persone (e atleti di valore mondiale!) che non possono godere di tutti i diritti di cittadinanza solo perché provenienti da nazioni diverse dalla nostra. Ha ragione Lerner in questo caso, che nel suo articolo di qualche giorno fa ha sollecitato la necessità di risolvere questo problema senza perdere altro tempo. Non invocando lo Ius Soli però, che ha uno scopo ben diverso.

Vorrei al proposito ricordare, come ho già scritto in miei precedenti post, che lo Ius Soli è stato adottato dagli Stati Uniti nel 17esimo secolo dai coloni inglesi emigrati in America solo allo scopo di colonizzare un territorio vastissimo in un tempo in cui occorrevano soprattutto braccia per lavorare. Quella necessità è già terminata in America, nei grandi numeri, fin dalla metà del secolo scorso, figuriamoci adesso! Adesso gli Usa non importano più braccianti ma ingegneri (con numero chiuso). Grazie allo Ius Soli, comunque, la popolazione di “importazione” è aumentata moltissimo (con la macchia però di includere anche decine di migliaia di schiavi catturati in Africa, poi liberati da Lincoln).

Nel secolo scorso tuttavia anche gli Stati Uniti, fin dai tempi del presidente Carter, hanno deciso che occorreva comunque stabilire dei limiti all’immigrazione (regole per rifugiati a parte) al fine di non creare artificialmente squilibri gravi e proteste nella popolazione nativa.

Il problema principale però non è quello delle etnie ma quello dell’integrazione culturale e religiosa. Le culture diverse sono molto più difficili da integrare che il colore della pelle. Non si può imporre niente a nessuno ma sul piano educativo la cosa migliore da fare è insegnar loro prima i doveri che i diritti. In Italia tutti gli immigrati, in genere, nei primi mesi o anni dall’arrivo, hanno una buona disponibilità ad integrarsi, ma come dicevo, in questo periodo credo sia meglio cominciare insegnando i doveri prima dei diritti (come facciamo anche noi coi nostri figli).

E poi bisogna stabilire dei numeri chiusi molto ben studiati a livello europeo, a seconda delle categorie di lavoro e necessità, e molto bene organizzati anche a livello di località, ad evitare che diventino troppo in fretta maggioranza a livello locale. In Texas per esempio sono già molte le località dov’è festeggiato a livello popolare più il 5 maggio (festa nazionale messicana) che il 4 luglio (festa nazionale americana). Niente di male, beninteso, solo che gli anglofoni poi votano Trump, e da noi gli italici? Già lo vediamo: sono tutti per la Meloni e Salvini. Quindi potrebbe succedere presto anche da noi. E allora, un po’ alla volta, addio alle statue di Mazzini e Garibaldi. In molte città Usa stanno già eliminando le feste del Columbus Day e le relative statue. Anche in Italia potremmo ritrovarci tra dieci o vent’anni a dover disputare localmente i nostri ricordi storici con quelli che verranno rivendicati dai nuovi “cittadini maggioritari”. Dispute molto antipatiche che potrebbero essere evitate in buona misura prevedendole subito e attivando per tempo le nostre difese storiche e culturali (che nei secoli scorsi venivano risolte con le guerre).

Per concludere dunque: di problemi ne abbiamo e ne avremo già molti anche senza lo Ius Soli. La cittadinanza è una cosa seria: perché dovremmo essere proprio noi italiani gli unici, nel 21esimo secolo e con la nostra storia, a regalarla senza controllo a chi potrebbe poi farne cattivo uso proprio contro di noi?

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