Migrazioni, la verità oltre le ideologie: ventidue miti da sfatare che superano le divisioni politiche
di Claudia De Martino
In un bellissimo libro intitolato Migrazioni. La verità oltre le ideologie, dati alla mano (Einaudi, 2024), il sociologo e geografo olandese Hein de Haas spiega chiaramente a un pubblico generalista i risultati del suo lavoro di ricerca Demig (Componenti della migrazione internazionale), condotto all’Università di Oxford. Lo fa attraverso un linguaggio semplice e pulito che arriva anche al lettore meno esperto, attraverso lo smascheramento di 22 “miti” sull’immigrazione che potenzialmente sorprenderanno i lettori di entrambe le sponde politiche.
Il primo luogo comune è che le migrazioni internazionali abbiano raggiunto un livello senza precedenti. De Haas ci comunica subito un dato: i migranti rappresentano solo il 3% della popolazione mondiale e questa percentuale è rimasta stabile nel corso dell’ultimo secolo. La ragione per cui abbiamo la sensazione che oggi i migranti in viaggio siano molti di più del passato è semplicemente che prima i migranti eravamo noi – 48 milioni di europei hanno abbandonato il continente tra il 1846 e il 1924, tra cui 16.4 milioni di italiani – mentre oggi i flussi si sono invertiti e orientati verso l’Europa. Oltretutto, per la maggior parte si tratta in realtà di migrazioni interne a continenti come le Americhe, l’Asia e l’Africa piuttosto che verso l’Ue (con la sola eccezione dell’esodo ucraino). Occorrerebbe, dunque, abbassare molto i toni del dibattito.
Il secondo “mito” è che i nostri confini siano indifendibili e per questo lascino passare troppi migranti, quando la netta maggioranza è legalmente presente in Europa, e solo uno 0.8% dei migranti totali nella Ue è illegale. De Haas compila delle serie storiche sui flussi dal 2007, il primo anno in cui i dati sono disponibili, ad oggi, e scopre che per mare arrivano circa 64mila persone all’anno, pari al 3% dei 2 milioni di arrivi annui nell’Ue.
Dove e perché arrivano, allora, tutti gli altri? La risposta è molto semplice: arrivano legalmente, attraverso porti e aeroporti, perché il nostro mercato del lavoro, per alcune caratteristiche strutturali intrinseche al sistema – ad esempio l’invecchiamento della popolazione, il fatto che le donne studino di più e si dedichino di meno ai lavori di cura, e che i nativi non vogliano più svolgere incarichi manuali – li richiede in numeri sempre crescenti. Le cifre di migranti legalmente ammessi in Europa non hanno fatto che raddoppiare tra il 2009 e il 2020.
Un altro mito diffuso, che riguarda soprattutto le critiche provenienti da destra, è che gli “immigrati rubino il lavoro ai nativi”, un dato non confermato empiricamente. Innanzitutto, l’immigrazione e la disoccupazione avrebbero una correlazione statistica negativa: in parole povere, laddove il mercato del lavoro stagna, i migranti non sono incentivati a venire. In secondo luogo, l’immigrazione è sempre una risposta a carenze di manodopera in determinati settori, che il mercato del lavoro locale non riesce a colmare, spesso per una mancata corrispondenza tra abilità, livelli d’istruzione e aspirazioni dei lavoratori e offerte da parte delle imprese.
In un Paese come l’Italia, che produce tendenzialmente lavoro povero e poco qualificato, la popolazione più istruita si dirige infatti crescentemente verso l’estero, mentre i lavori più ricercati – pensiamo ai badanti – vengono colmati dall’immigrazione. Di fatto, si vedono molti corrieri, riders, infermieri e camerieri stranieri, considerati lavori usuranti, a volte pericolosi, e comunque poco remunerati.
Un altro falso mito propagato dalla destra è che i migranti sfruttino il “welfare”. Senza considerare che il welfare italiano sia davvero poco generoso in confronto a quello di altri Paesi Ue, quest’affermazione non è vera, secondo de Haas, nemmeno per la Svezia: la maggior parte dei immigrati si sposta per migliorare le proprie condizioni di vita attraverso il lavoro. L’accesso alla cittadinanza e quindi al welfare è condizionato ad anni continuativi di residenza (e dunque contribuzione fiscale) nel Paese d’accoglienza: la popolazione migrante è tendenzialmente giovane e meno dipendente dal sistema sanitario nazionale. Se questo è vero, allora perché le fasce povere della popolazione hanno la sensazione che i servizi pubblici si siano ridotti in concomitanza all’arrivo dei migranti? Perché anche questo è un dato oggettivo, ci spiega de Haas, solo che la correlazione tra i due elementi è fallace.
Il welfare ha iniziato effettivamente a ridursi simultaneamente all’immigrazione di massa in Europa, ovvero dagli anni 90, ma questo non significa che i migranti ne siano stati la causa. Al contrario, i migranti sono arrivati in un momento in cui il welfare era già in piena contrazione: i governi avevano infatti optato per le privatizzazioni di servizi pubblici essenziali come poste, telecomunicazioni e, in alcuni casi, anche servizi sanitari e educativi e la riduzione di servizi essenziali come l’edilizia popolare. Dopo 36 anni di disinvestimenti, è normale che si percepisca l’ampia portata della crisi del welfare.
Vi sarebbero molti altri miti da sfatare, tuttavia, per concludere questo breve plaidoyer alla comprensione di un fenomeno naturale e irreversibile come l’immigrazione, mi preme segnalare qualche critica pronunciata anche dalla sinistra, che sbaglia quando ritrae i migranti quasi esclusivamente come vittime inermi di trafficanti d’uomini, quando a maggioranza sono persone dotate di una capacità d’azione propria e di un progetto di vita. Di conseguenza, sbaglia quando dipinge la questione migratoria come una questione umanitaria – da affrontare attraverso corridoi umanitari, salvataggi in mare e misure eccezionali -, mentre si tratta di regolamentare dei flussi assolutamente necessari ma che devono andare a beneficio delle popolazioni locali, pena la tenuta della coesione sociale.
Infine, fallisce quando riproduce un solco tra lavoratori migranti e nativi come se appartenessero a due categorie diverse. In realtà essi condividono gli stessi interessi in qualità di lavoratori: la battaglia per un salario degno, per tutele sociali adeguate, per una scuola pubblica di qualità, per una sanità pubblica efficiente e accessibile, per l’edilizia popolare, per strade illuminate e sicure. L’errore peggiore che possiamo fare è pensare che i migranti siano responsabili del deterioramento delle nostre condizioni di vita, quando lo siamo invece noi e le nostre classi dirigenti.
