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Il corteo del Primo maggio a Genova, Gaber e ‘la cosa che fa più male’

Ero giusto dietro lo striscione che ricordava i morti nei mari e nei deserti, retto da volti stranieri. Generazioni derubate di ideali e dunque di futuro che poi è il più drammatico dei furti
Il corteo del Primo maggio a Genova, Gaber e ‘la cosa che fa più male’
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… La cosa che mi fa più male, è vedere le nostre facce, con dentro le ferite, di tutte le battaglie che non abbiamo fatto… Ci siamo trovati a Piazza Caricamento di Genova, oggi il Primo maggio della Repubblica fondata sul lavoro dove tre persone al giorno muoiono di lavoro. Camminando in corteo con un buon numero di stranieri delle scuole di italiano, mi tornava in mente questa prosa di Giorgio Gaber di fine anni Novanta. Lui stesso aveva riconosciuto di avere rubato parole e idee a chi, come lui, sentiva il dolore delle battaglie non fatte. Pasolini, Celine, Adorno, Calvino, Berlinguer, Brecht, Beckett e tanti altri. Cercatori di utopie come ricordava all’inizio dello spettacolo nel teatro Ivo Chiesa nella città di Genova. Il protagonista della serata dedicata a Gaber. Edoardo Galeano citato da Neri Marcorè, affermava che l’utopia, come l’orizzonte, si sposta sempre più avanti di dieci passi, irraggiungibile. L’utopia serve a farci camminare altrove. Non casualmente il pezzo recitato termina parlando di strada come vita e della vita come strada. Guerra alla guerra scandivano i giovani stranieri della manifestazione in via Garibaldi. Erano grida di Facce con dentro le ferite di battaglie non fatte.

… E mi fa ancora più male vedere le facce dei nostri figli, con la stanchezza anticipata di ciò che non troveranno. Ancora Gaber nella stessa prosa di quando il mondo gli faceva male. Generazioni derubate di ideali e dunque di futuro che poi è il più drammatico dei furti. L’orrendo crimine della menzogna sul destino e sentiero dell’umana avventura è all’origine del vuoto che caratterizza parte dell’occidente. Non potrà vivere una società basata sul consumo o la svendita del mistero presente in ogni volto e spesso sacrificato agli dei delle merci. Cittadini consenzienti e illusi consumatori poi ‘consumati’ o, se vogliamo, trasformati in meri clienti di un sistema che cambia di pelle ma non di spirito. I figli che non troveranno che supermercati, centri commerciali e un mondo a forma di denaro non sapranno per cosa o per chi dare la vita. Se non c’è più futuro, il passato è esistito invano, lo ricorda Gabriele Pedullà nel libro ‘Racconti della resistenza europea’. Perché, sostiene lo scrittore Amin Maaluf in un suo scritto… Della perdita del passato ci si consola facilmente; è della perdita del futuro che non ci si riprende. Il Paese di cui l’assenza mi rattrista e ossessiona non è quello che ho conosciuto nella mia giovinezza. Ma quello che ho sognato e che non ha mai potuto vedere il giorno.

Nel corteo del Primo maggio ero giusto dietro lo striscione che ricordava i morti nei mari e nei deserti, retto da volti stranieri. Africani, asiatici e giovani del posto che reggevano il mondo della memoria. La notizia sarebbe, infatti, arrivata puntuale ancora una volta. Almeno 17 persone di origine sudanese sono morti dopo che un’imbarcazione diretta verso Creta si è ribaltata a circa 100 kilometri dalla città libica di Tobruk. Nove sono i dispersi e sette i salvati. Noi, qui, ci troviamo in realtà tra i dispersi di una società che ha smarrito la memoria. La dimenticanza è, infatti, all’origine dei tradimenti perpetrati nel nostro tempo. Siamo stati e ancora siamo, un popolo di migranti spesso disperati senza meta che non fosse la mendicanza di un futuro differente. Si partiva, sovente, senza neanche sapere il tipo di mondo che si sarebbe trovato. Tenere desta la memoria delle nostre ferite aiuterebbe a capire meglio quelle che ci vengono offerte da chi arriva. Che il mondo faccia male è forse un dono inestimabile. Mettere assieme le ferite come feritoie, significa fare esperienza di un comune destino di umanità. La nostra patria è il mondo, ricordava un ritornello della manifestazione.

… Sì, abbiamo lasciato in eredità forse un normale benessere, ma non abbiamo potuto lasciare quello che abbiamo dimenticato di combattere, e quello che abbiamo dimenticato di sognare. Conclude così Gaber il suo lungo monologo sul mondo che gli fa male. Se non lo abbiamo già archiviato, il celebrato 25 aprile era ed è a tuttoggi una straordinaria scuola di sogni, pagati da alcuni a caro prezzo… Mi hanno condannato alla morte, mi uccidono; però uccidono il mio corpo non l’idea che c’è in me. Muoio, muoio senza alcun rimpianto, anzi sono orgoglioso di sacrificare la mia vita per una causa, per una giusta causa e spero che il mio sacrificio non sia vano…
Bruno Frittaion, 19 anni, fucilato nel febbraio del 1945 in ‘Lettere di condannati a morte’.

Genova, 1 maggio 2026

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