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Roberto Savi è il perverso sadico, proprio come lo descrive la psicoanalisi

Il capo della banda della Uno Bianca, intervistato a Belve, parla omicidi commissionati, come di tosare un giardino. Un lavoro “normale”. Penso al tormento dei familiari delle vittime
Roberto Savi è il perverso sadico, proprio come lo descrive la psicoanalisi
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Un uomo stanco, invecchiato, provato dal carcere, ma non certo dal peso morale di ciò che ha compiuto. Probabilmente la conduttrice del programma Belve sapeva bene che intervistare Roberto Savi, silente appartenente alla banda della Uno bianca, significava mostrare il volto della perversione nella sua forma più pura: assassinare un passante per puro godimento, infrangere ogni limite morale, massacrare dei giovani carabinieri liquidando tutto con uno sbrigativo “eh vabbè”. Il volto opaco e quasi burocratico di una distruzione elevata a normalità quotidiana, a gesto ripetitivo, perfino banale. Senza rimorso, senza passato e ripensamenti.

La stessa conduttrice però non poteva immaginare che dare la parola a costui significava gettare una luce nella zona grigia della democrazia, dove la connivenza tra legale ed illegale è la norma. E’ vero ciò che dice Savi?

«Come mai non vi hanno preso?»
«Andavo giù per parlare con loro».
«Loro chi? I Servizi?»,
«Ma sì (…) Insomma, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere».

Sulla veridicità di queste frasi saranno gli inquirenti a dire la loro. Di certo ciò che dice è verosimile, storicamente.

Lo è quando lascia intendere di aver affiancato all’ azione criminale della Uno Bianca un ‘lavoro sporco’ che sarebbe stato richiesto da apparati dello Stato, iscrivendosi nella italica tradizione di servizi deviati che, lo sappiamo, magna pars ebbero nel generare la strategia della tensione. Ogni Stato fondato su un equilibrio democratico ha, in forme più o meno esplicite, intrecciato relazioni con universi collocati ai margini della legalità. Anche l’Italia rientra in questa dinamica di costruzione e conservazione dell’ordine istituzionale: dallo sbarco alleato in Sicilia gestito con la Mafia agli anni del terrorismo politico infiltrato poi sfociato nella morte di Moro, passando per le trame opache del rapporto tra apparati statali e criminalità organizzata, fino ai legami sedimentati con quella zona grigia della politica che, nella capitale, è stata definita “terra di mezzo”.

Quando apparati dello Stato deviati infrangono le proprie leggi, è proprio qua che si inserisce la figura del soggetto sadico, di per sé amante della violenza e della sopraffazione, desideroso di appaltare il proprio istinto distruttivo a un padrone nel quale si immedesima e al quale offre i suoi servigi. In questa prospettiva, il delitto non è più soltanto impulso personale, ma possibile esecuzione di un comando, di una funzione, di un compito affidato da un Altro anonimo e superiore. Il suo desiderio di infliggere il male può essere sdoganato confluendo in una causa più grande.

Savi parla omicidi commissionati come dell’incarico di tosare un giardino o rifare una pavimentazione. Un lavoro “normale”, lineare, per il quale questi individui sembrano naturalmente predisposti. Non soltanto seminare morte, ma andare alla ricerca di chi debba regolare dei conti quando non può farlo in prima persona.

È il perverso sadico come ce lo descrive la psicoanalisi: un puro oggetto che brama l’altrui dolore in cerca di un padrone anch’esso spietato, pronto per questo ad annullare la propria volontà, divenendo un semplice esecutore di ordini assonanti al suo animo. Uno dei tanti signori Klamm delle atmosfere kafkiane.

Spesso costoro però eccedono, tradiscono il patto rendendosi troppo visibili, o troppo ingombranti, e diventano un impiccio. Proprio qua Savi è ancora credibile quando afferma: “E poi ci hanno fatto prendere”. Quando il compito di questi individui è finito, e chi manovra dietro le quinte ha ottenuto quello che voleva, cioè il mantenimento dello status quo, allora diventano superflui, e in mille modi vengono messi a tacere. Perché hanno ecceduto, si sono resi troppo manifesti, hanno infranto il patto di restare nell’ombra. E’ allora che il servo fedele viene polverizzato per aver dato segni di autonomia. Per essere uscito dai ranghi, non aver rispettato il ruolo che consentiva di mantenere un ordine sociale pieno di zone opache, dato dalla rassicurante divisione del bene dal male.

Penso al tormento dei familiari delle vittime, la cui esistenza è cambiata per sempre, mentre ascoltano davanti alla tv che le vite dei loro cari non sono state portare via da una sciagura, da una guerra, da una catastrofe naturale. Ma perché si trovavano a transitare quasi per caso nel disegno terribile di chi godeva di fantasie sanguinarie e le metteva in scena.

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