Esultiamo. È l’Italia più grande di sempre, in campo sportivo, con le sue 40 medaglie olimpiche conquistate in 19 discipline diverse. Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, l’ha definita un’“Italia multietnica e super integrata”. Come dargli torto? Quel medagliere, oltre che un mosaico di storie di vita straordinarie, è una fotografia del Paese reale, o meglio della sua gioventù al tempo della crisi demografica e della seconda generazione di immigrati: si calcola intorno al 40% la percentuale di vittorie e piazzamenti dovuti al contributo dei nuovi italiani.

Guai, però, a sottolinearlo. Per aver definito il centometrista di colore Marcell Jacobs “un grande bresciano (alla faccia di chi so io)”, mi sono beccato il predicozzo di Salvini e di tanti altri che fino a ieri urlavano contro Balotelli “non ci sono negri italiani”. In effetti Balotelli, come il velocista Eseosa Desalu, ha dovuto aspettare il compimento della maggiore età per ottenere l’agognata cittadinanza. Troppo comodo adesso far passare noi fautori dei diritti dei figli degli immigrati come guastafeste, in nome del finto patriottismo di chi, pur di escluderli, si è trincerato dietro la difesa delle radici, dell’identità e delle tradizioni religiose di un’Italietta che fu. Ebbene sì: l’inno di Mameli ha salutato sul podio olimpico anche il marciatore Massimo Stano, convertitosi all’islam; l’arciera Lucilla Boari che ha dedicato la medaglia alla sua fidanzata; il lottatore Abraham Conyedo naturalizzato italiano solo nel 2019 pur di metterlo in squadra.

Mentre Salvini twittava il suo patriottismo da spiaggia bevendo aperitivi al Papeete, ragazzi italiani di tutti i colori conquistavano record e medaglie scavalcando gli ostacoli da lui stesso frapposti alle loro legittime aspirazioni. Da più di dieci anni aspettiamo invano l’approvazione di una legge – chiamata di volta in volta ius soli o ius culturae – che consenta loro di accedere alla cittadinanza per nascita o al compimento del percorso di studi. Sarà lecito, allora, in questo momento di univoca esultanza nazionale, porsi una domanda: a Tokyo la nuova Italia è andata bene, anzi, benone. Ma quante medaglie in più avremmo vinto se la legge sulla cittadinanza fosse già in vigore, consentendo a tanti altri giovani meritevoli l’iscrizione alle federazioni sportive? Basterebbe guardare il medagliere olimpico: l’Olanda ha meno di un terzo degli abitanti dell’Italia ma ha conquistato lo stesso numero di medaglie d’oro. Vuol dire che ha saputo capitalizzare con una legislazione all’altezza dei tempi la composizione multietnica della sua società.

Il primo a porre la questione è stato il presidente del Coni, Malagò, che ha parlato della necessità di un “ius soli sportivo”. Queste le sue parole: “Oggi in Italia c’è una legge. Ma se tu aspetti 18 anni per fare la pratica, rischi di perdere la persona. Allora farò una proposta: anticipare l’iter burocratico che è infernale. Altrimenti o l’atleta smette, o si tessera con il Paese d’origine, o arrivano altri Paesi che studiano la pratica e lo tesserano loro”. Ben venga, sull’onda delle vittorie olimpiche, lo “ius soli sportivo” proposto da Malagò. Ma poi dovrete spiegarci perché una corsia preferenziale dovrebbe essere riservata ai giovani immigrati meritevoli in campo sportivo, e non a quelli che eccellono negli studi scientifici, nella musica o in qualsiasi altra attività. Solo per confermare lo stereotipo secondo cui lo sport è il nuovo oppio dei popoli, e quindi ogni scusa è buona per rimpinguare il palmarès dei colori azzurri? Assai opinabile, peraltro, resta l’idea che la concessione della cittadinanza debba dipendere da criteri meritocratici anziché da requisiti oggettivi, uguali per tutti. Un conto è verificare l’adesione dei nuovi cittadini ai principi e alle regole della Costituzione, sia attraverso la formazione scolastica, sia con il giuramento. Ben altro è mascherare calcoli di convenienza col fasullo richiamo alla meritocrazia.

Al contrario, lo sport italiano oggi può fare da apripista, chiamando un Paese galvanizzato dal successo di quaranta giovani sconosciuti fino a ieri, e di tutto l’ambiente tricolore-multicolore in cui sono cresciuti, per fare breccia nelle paure e nei pregiudizi che hanno paralizzato la politica. Approfittiamo di questo momento magico. Ci sono tante altre madri come la badante Veronica, madre di Eseosa Desalu, impegnate in una vita di sacrifici, che vorrebbero vedere i loro figli andare in gita scolastica all’estero con i loro compagni di classe, e risparmiargli le lunghe file per il rinnovo del permesso di soggiorno, essendo nati in Italia o arrivati qui da bambini.

Il 23 settembre prossimo, quando riceverà la squadra azzurra al Quirinale, il presidente Mattarella potrebbe spendere la sua moral suasion in favore di tutti i figli degli immigrati, giovani promesse di un’Italia migliore.

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