C’è una pietra di paragone su cui si misurerà l’azione di governo di Mario Draghi. La “pietra” non è lontana da Palazzo Chigi, basta attraversare il Tevere. Si trova in Vaticano e consiste nel messaggio post-pandemia di Francesco. Non c’entrano i rapporti Stato-Chiesa, non c’entra il sovrapporsi di una fede sulla politica. Si tratta d’altro.

Nell’esplodere della crisi causata dal Covid, papa Bergoglio è stato l’unico leader internazionale a porre sul tavolo la questione del modello di sviluppo su cui impostare la ricostruzione dopo la catastrofe. Francesco è mosso dall’impulso evangelico, ma il tema è da lui esplicitato in termini assolutamente laici: il recupero, la recovery, dovrà procedere secondo i criteri selvaggiamente neoliberisti di “prima” oppure bisogna lavorare per un modello socioeconomico che superi le “inequità” (come lui le chiama), che sia inclusivo, sostenibile e non tratti interi strati sociali da materia di scarto?

L’esempio più calzante è quanto avvenuto in Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale. Allora non si ricostruì la realtà socio-economica precedente, ma si puntò su un modello innovativo, che coinvolgesse i ceti popolari e ne assicurasse le possibilità di ascesa: l’economia sociale di mercato, il Welfare State, lo Stato Sociale.

Per Francesco, un salto del genere è necessario anche oggi e da profeta disarmato ha lanciato la sua sfida sin dalla prima, impressionante apparizione la primavera scorsa in piazza San Pietro deserta. Qualche politico è sembrato riprendere le sue riflessioni. Mario Draghi, nel suo intervento al Meeting di Rimini del 2020, ha parlato di una “crescita che rispetti l’ambiente e non umili la persona”. E nel suo discorso di investitura al Senato ha citato espressamente Francesco, evocando un “nuovo approccio” in economia per conciliare protezione dell’ambiente, progresso e benessere sociale.

Adesso è il momento dei fatti. Lasciando da parte la questione ambientale, che merita un’analisi a parte, sono tre i campi su cui Draghi è chiamato a misurarsi.

1. La questione del lavoro

Pensare che la “crescita” possa risolvere tutto è un errore e spesso mera propaganda. Nei passati decenni le disuguaglianze sono cresciute e dopo la pandemia sono aumentate. Tutelare la dignità del lavoro significa affrontare il varo di un salario minimo. Esiste in Germania e negli Stati Uniti, non c’è motivo che non sia stato ancora introdotto da noi.

La tutela del lavoro esige inoltre il superamento dei contratti a tempo determinato nella loro abnorme dimensione di massa. C’è una menzogna di fondo che avvolge il tema. Si chiama “flessibilità”. Sarebbe l’esigenza di ricorrere a forza lavoro temporanea per situazioni contingenti. Ma quando permanentemente e sistemicamente si mantiene una cospicua percentuale della forza lavoro sotto il ricatto di contratti a scadenza, la flessibilità non c’entra. È solo volontà di tenere una parte dei dipendenti come massa di manovra indifesa. Vale anche per le false partite Iva, una menzogna istituzionalizzata.

Urgente è anche garantire la responsabilità delle imprese appaltanti riguardo ai diritti contrattuali, previdenziali e di sicurezza di chi lavora nel subappalto. Due morti sul lavoro al giorno sono una media agghiacciante. Non basta, insomma, accennare in conferenza stampa alla coesione sociale, se poi una visione diversa da quella neoliberista non si manifesta in concreti mutamenti di regole e diritti.

È arrivata l’estate. Qualcuno ha visto il governo impegnato nel contrastare il caporalato, che imperversa alla luce del sole in terreni riconoscibili, appartenenti a proprietari noti? Draghi è andato nel carcere di Capua Vetere per condannare le violenze nelle carceri. Darebbe un grande segnale se si recasse (a sud) in uno dei campi in cui lavorano i nuovi schiavi o (a nord) in una delle aziende dove egualmente imperversa il caporalato. Rovesciare la prassi dell’accondiscendenza istituzionale alle quotidiane violazioni dei diritti di chi lavora darebbe uno slancio straordinario alle generazioni giovani e meno giovani, favorendo prospettive di vita nuovamente ascendenti. Perché l’economia è come le Olimpiadi, chi è maltrattato e malnutrito non porta a casa medaglie.

2. Il problema del fisco

Il secondo termine di paragone su cui verrà misurato il governo Draghi è il fisco. “Bene comune” è il tasto su cui battono e ribattono i pontefici dell’epoca contemporanea, specialmente Wojtyla e Bergoglio. Il Covid lo ha reso palese. Chi paga i vaccini, chi mantiene la rete della medicina territoriale, chi finanzia ospedali, cure intensive, ricerca scientifica, vaccini? Papa Bergoglio ha esaltato il sistema sanitario universale e gratuito come elemento di civiltà. Ma se non c’è una solidarietà fiscale progressiva, lo Stato non ce la può fare.

È significativo che la questione in America sia attualmente oggetto dell’impegno dell’amministrazione Biden (intenzionato a tassare maggiormente i grandi patrimoni), mentre in Italia si fa finta di niente. La risposta, data da Draghi alla timida proposta Letta su una piccola patrimoniale, ha avuto uno sgradevole sapore populista. Francamente poco consona allo stile per cui è conosciuto il premier.

La domanda cruciale su cui si misurerà la modernizzazione o meno dell’Italia e la sua possibilità di sopperire alle esigenze accresciute di uno Stato Sociale è: come intende muoversi il governo Draghi di fronte a un’evasione fiscale di 110 miliardi di euro? Cosa è pronto a cambiare concretamente rispetto all’imperante, scandalosa immunità di chi evade, cosa farà per arrivare a una rigorosa giustizia fiscale con pene serie, all’americana?

3. Infine la questione dei vaccini

Il monito di Francesco che “nessuno si salva da solo” è totalmente realistico. Non si può pensare di mettere al riparo l’Occidente, se miliardi di uomini e donne in altri continenti sono abbandonati alla furia del virus stante i mezzi limitati dei loro sistemi sanitari. Il mondo è intercomunicante. Joe Biden aveva raccolto l’appello lanciato da papa Bergoglio, da oltre cento nazioni sotto la guida di India e Sudafrica, dal segretario generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per una sospensione dei brevetti dei vaccini anti-Covid. Alla riunione del G20 del maggio scorso la maggioranza dei partecipanti si è posta di traverso. Francia e Germania remano contro. Intanto Pfizer ha alzato i prezzi del 25 per cento e Moderna del 10. Illusorio pensare che la questione sia chiusa. Il governo Draghi da che parte sta?

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