Mentre Giuseppe Conte era a colloquio con Mario Draghi, al quale ha evidenziato da giurista “i nodi tecnici” ovvero le aberrazioni giuridiche per cui la riforma “non è sostenibile”, e dal quale avrebbe ottenuto il via libera ad indicare “possibili modifiche al testo”, la ministra della Giustizia ha ritenuto di inviare l’ennesimo messaggio ultimativo al Movimento 5 Stelle: il testo della riforma approvata “non coincide con la proposta originaria. Se proprio dobbiamo ricorrere a degli slogan, più che di riforma Cartabia potremmo parlare di mediazione Cartabia ed è frutto di una responsabilità condivisa”.

Un esplicito avvertimento al M5s perché abbia ben chiaro di non aspettarsi altro che qualche inconsistente “limatura” come viene enfatizzato in coro da tutta l’informazione avversa a Conte, cioè il 99%, ma anche l‘involontaria ammissione di che cosa era la sua proposta originaria al netto delle “eccezioni” ottenute in sede di Cdm dal M5s, e cioè nel caso di reati gravi e più allarmanti, inclusi quelli contro la Pa, la proroga dell’improcedibilità di un anno per l’Appello e di sei mesi in Cassazione.

Infatti se la “mediazione Cartabia”, che non doveva comunque essere avallata dai ministri pentastellati anche se motivati dalla più nobile finalità di “ridurre il danno” piuttosto che di mantenere la loro carica fino al 2023, è stata definita dal presidente dell’Anm (Associazione nazionale magistrati), Giuseppe Santalucia, “uno strumento eliminatorio dei processi” che manderebbe al macero 150mila procedimenti in corso; si fatica a calcolare adeguatamente l’impatto finale complessivo della “proposta originaria” della giureconsulta più celebrata nella storia repubblicana.

A denunciare lo scenario concreto e drammatico che si prospetta con la “mediazione Cartabia”, se non verrà modificata sostanzialmente nel senso indicato da Conte e dalla mole di emendamenti presentati dal M5s in Commissione Giustizia alla Camera, è stato tra gli altri Nicola Gratteri che in audizione in videoconferenza ha previsto che “il 50% di processi per reati gravissimi, inclusi i 7 maxiprocessi che si stanno celebrando a Catanzaro per come è prevista oggi la norma, saranno dichiarati improcedibili” e altrettanto avverrà per quelli contro la Pa con conseguenze dirette devastanti: convenienza a delinquere, diminuzione del livello di sicurezza per la Nazione e credibilità irreversibilmente minata dello Stato.

Allarmi condivisi e parole pressoché identiche sono state espresse da tutti i magistrati che si occupano di criminalità organizzata e di reati contro la pubblica amministrazione e che non possono essere definiti con disistima da giornalisti che non sanno di cosa parlano e che screditano ulteriormente la loro categoria “star mediatiche” come avviene troppo spesso nei confronti di Nicola Gratteri, non solo sul Riformista ma anche sul Manifesto (Jacopo Rosatelli “Magistratura democratica, autonomi ma uniti negli obiettivi” 11/7/2021).

Per il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero De Raho “produrrà un aumento smisurato delle impugnazioni in Appello e in Cassazione per ingolfare la macchina della Giustizia con conseguenze molto gravi nel contrasto a mafie e terrorismo”; l’ex procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi intervenuto in via D’Amelio per commemorare Paolo Borsellino si è domandato “Che fine faranno i grandi processi di mafia con questa scellerata riforma?”; Luca Tescaroli, tra l’altro pm del processo sulla strage di Capaci e impegnato nel contrasto dei reati contro la Pa, denuncia il rischio che la riforma crei sacchi di impunità tra i colletti bianchi con un effetto devastante sull’assetto democratico, come ci è ben noto da Tangentopoli in poi.

Ma i disastri della controriforma Cartabia non si “limitano” alla reintroduzione peggiorativa della prescrizione sotto la formula più asettica della improcedibilità che falcidia i processi e mortifica i diritti delle vittime e della collettività ad avere giustizia, in modo più brutale: come ha riconosciuto anche Gratteri sarebbe stato un danno minore rispetto a quello che si sta prospettando anche mantenere in vigore il sistema antecedente alla riforma Bonafede.

L’altro allarme altrettanto forte e condiviso da magistrati di ogni ordine e grado, consiglieri togati del Csm, già molto mobilitati contro “il pastrocchio” della prescrizione-improcedibilità, e che concentra anche l’attenzione del Colle, riguarda i criteri di priorità che le procure dovranno seguire nel perseguire i reati che, con un salto all’indietro al 2011 e cioè ai tempi del duo B.-Alfano, verranno predeterminati dal Parlamento e cioè dalla politica. In aperta contraddizione e gravissimo contrasto con l’art. 12 della Costituzione che affida al Pm l’obbligo di esercitare senza condizionamento alcuno l’azione penale. E come ha sottolineato Massimo Villone sul Fatto Quotidiano questa volta si vuole intervenire sull’indipendenza del magistrato con una legge ordinaria.

Sembra a dir poco evidente che in un simile contesto parlare di “qualche ritocco” alla riforma della Cartabia sia riduttivo ed insufficiente e che il lavoro per “raddrizzarla” sia molto impegnativo, mentre le condizioni politiche complessive non sono propriamente favorevoli. Non sappiamo se Conte, come profetizzano e più ancora auspicano “i giornaloni”, rischia di trovarsi con il cerino tra le dita ed un pugno di mosche in mano e nemmeno fino a che punto Draghi vuole blindare la riforma della Cartabia e se intenda ricorrere alla fiducia.

L’importante è che Conte faccia la battaglia che ha preannunciato senza indietreggiare riguardo “il limite che non possiamo oltrepassare” , ovvero essere irremovibili sul contrasto dell’impunità ed impedire che centinaia di migliaia di processi svaniscano nel nulla, che il M5s lo segua compattamente e che in caso di fiducia l’ultima parola spetti alla base del movimento con il voto.

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