“Che fine faranno i grandi processi di mafia con questa scellerata riforma?”. Se lo è chiesto il magistrato Vittorio Teresi, presidente del centro studi Paolo e Rita Borsellino, intervenuto in via D’Amelio, luogo dell’attentato in cui il 19 luglio del 1992 morì il magistrato palermitano. Alla vigilia dell’anniversario della strage, Teresi è intervenuto per contestare la riforma della giustizia firmata dalla ministra Marta Cartabia.

Non è possibile accorciare i processi per decreto. Questa riforma della giustizia non viene fatta perché l’Europa ci chiede processi più brevi. Non è questa la strada”, dice l’ex procuratore aggiunto di Palermo, riferendosi al meccanismo dell’improcedibilità: con la riforma se un processo di Appello non si conclude in due anni (tre per quelli sui reati più gravi) si blocca e non può più andare avanti. Stesso meccanismo, ma con la tagliola fissa a un anno, in Cassazione. Imporre tempistiche così strette, sostiene il magistrato, non farà altro che creare “una giustizia ingiusta. Credo che tutte le forze politiche hanno oggi una grande responsabilità. Vedremo chi si vorrà opporre a questo scempio e chi lo appoggerà. La strage di via d’Amelio è stata una strage di Stato. Spero di vivere in un paese in cui non si scende a patti con la mafia ma in cui tutti perseguiamo lo stesso obiettivo di lotta ai boss”.

Parole che arrivano alla vigilia del ventinovesimo anniversario della strage in cui morirono Borsellino e cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. La senatrice a vita, Liliana Segre, ha inviato un messaggio in cui ricorda l’attentato mafioso come un “colpo alla democrazia”: “Tutti gli italiani adulti – ha detto – ricordano quel drammatico 19 luglio. Tutti restammo fulminati alla notizia, Paolo Borsellino era morto e con lui uomini e donne della scorta. Fu un colpo terribile alla nostra democrazia, alle istituzioni, alla convivenza civile oltre naturalmente alle famiglie. Un colpo per l’Italia, per la Sicilia, la prova più difficile”. Ora è necessaria la memoria “perché mai bisogna dimenticare, mai voltare la testa dall’altra parte, mai allentare la tensione”.

Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, intervenendo sempre in via D’Amelio, ha voluto ricordare l’ultimo intervento pubblico del magistrato anti-mafia, il 22 giugno 1992, nel quale, dice, si potevano cogliere i segni e il presagio della fine. Orlando ha richiamato il clima cupo di quella serata e gli applausi del pubblico per il magistrato la cui figura esprimeva “sofferenza, umanità, impegno civico”. Anche lui, come Segre, ha sottolineato che è necessario mantenere la memoria di una strage che ha avuto “troppi depistaggi” con la “faccia di uomini dello Stato che stavano dietro gli autori dell’attentato”.

Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, in un videomessaggio ha parlato di “una ferita ancora aperta” e uno dei fatti “più bui della nostra storia”: “Borsellino – ha detto Sassoli – era un giudice che aveva il senso dello Stato, un magistrato scrupoloso, coraggioso nell’applicazione delle leggi, un esempio su come si deve amministrare la giustizia. Con il suo amico e collega Giovanni Falcone ha incarnato pienamente l’impegno rispetto ai valori della legalità. Ricordare le stragi del 1992 vuol dire anche valorizzare la professionalità e la straordinaria umanità di questi servitori dello Stato animati da principi etico-morali, due persone che amavano la vita, consapevoli dei rischi”. Sassoli ha poi aggiunto che le loro strategie investigative e il loro metodo di lavoro continuano a rappresentare un “modello virtuoso della lotta alla criminalità organizzata”.

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