Alla Camera è in discussione per una approvazione a spron battuto (apparentemente martedì 20 luglio 2021), un lungo e articolato progetto di legge. Il testo recita: “Ridefinizione della missione e dell’organizzazione del Sistema di istruzione e formazione tecnica superiore in attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza“, che pare piacere un po’ a tutti, e che invece a noi, davvero, non piace.

Da sempre esiste all’interno del sistema politico italiano una presunzione, o meglio, diciamo un pregiudizio: si tratta della convinzione che gli operatori economici abbiano un interesse generale diffuso per il bene collettivo.

Si tratta di un pregiudizio, perché sebbene vi siano degnissime persone che svolgono svariate attività imprenditoriali, l’origine di tale attività non ha mai – tranne rarissimi e isolatissimi casi – un senso filantropico, bensì rappresenta il perseguimento di un concreto e personale interesse. Può sembrare assurdo cominciare una riflessione sull’istruzione tecnica superiore con queste premesse, ma visto che il progetto in discussione si pone a cavallo tra una vulgata deamicisiana e un più prosaico e concreto aziendalismo, forse vale la pena ribadire che il privato può avere interesse a fare formazione all’interno delle proprie strutture produttive ma non ha in genere interesse a promuovere forme diffuse di formazione. Questa discussione – che a quanto pare facciamo in pochi perché siamo tutti presi da altri eventi e altre notizie – non è frutto dell’ampia eccitazione per il piano nazionale di resilienza e ripresa: una prima riflessione e proposta proveniva nel 2018 da Maria Stella Gelmini e Valentina Aprea, due persone che potrebbero essere liquidate, con una battuta, come «il centrodestra che studia». Gelmini non ha bisogno di presentazioni, visto che ha tenuto a battesimo una pessima riforma dell’università che gli anni non hanno reso migliore; in quegli stessi anni Valentina Aprea presiedeva la commissione Cultura della Camera alle cui audizioni anche Rete 29 aprile ha preso parte più volte, purtroppo senza molto successo.

La proposta Gelmini/Aprea del 2018 proponeva di superare il modello delle fondazioni di partecipazione per l’istruzione tecnica superiore dando vita a delle nuove istituzioni che la proposta di legge del 2018 chiamava Smart Academy. Dopo tre anni il mondo politico, raccolto a riflessione, produce qualcosa di simile: le Its Academy. Cosa c’è di male si dirà? In fondo le fondazioni del sistema di istruzione formazione tecnica superiore sono previste sin dalla legge 144 del 17 maggio 1999, che le prevede all’articolo 69, e affiancano le accademie e le università per garantire formazione tecnica superiore di qualità. Fin qui nulla da eccepire, il problema e che questa nuova Its Academy dovrebbe funzionare anche come procacciatore di personale con formazione adeguata in collegamento con le realtà produttive che tuttavia, pur partecipando alla Academy, sembrano non contribuire in nessun modo al loro funzionamento. Riassumiamo i punti salienti della proposta:

La natura di fondazioni private garantisce ampia elasticità (e opacità) sui flussi di entrata ed uscita dei bilanci.

Il finanziamento principale è fornito dal ministero dell’Istruzione e dalle regioni, due enti notoriamente in deficit di risorse. Per fare un paragone, l’ammontare di spesa stanziato inizialmente dalla legge equivale a circa 1200 ricercatori universitari.

Gli enti deputati alla direzione e al controllo sono talmente tanti (ministeri, regioni, prefetti, ecc. ecc.) da garantire che nessuno in realtà sarà in grado di capire che cosa succederà nelle fondazioni. Fatta eccezione, viene il sospetto, per quelle che il testo definisce pudicamente le “associazioni dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative a livello nazionale”.

Il corpo docente sarà composto per almeno il 60% da soggetti “provenienti dal mondo del lavoro” (leggi: la chiunque) e per almeno il 20% da docenti di scuola e università comandati dalle loro istituzioni (che già hanno notevoli carenze di personale).

Senza scendere nei dettagli, la norma anticipa che a conclusione dei loro studi gli studenti saranno in grado di spendere i loro titoli sul mercato dei crediti universitari, incentivando una competizione al ribasso tra gli atenei per attrarre nominativi da far figurare nel loro elenco matricole.

Alla fine però ciò che lascia più perplessi è il paradigma di fondo ricordato all’inizio: mentre i profitti restano privati, le spese della formazione per le attività economiche private vengono scaricate sul pubblico, dando nel contempo al privato il potere di controllare risorse e modalità che non sono a esso riconducibili. Capiamo che si tratta di un tema scivoloso e complicato, però ci sembra che nel momento di ubriacatura europeistica che stiamo vivendo con il Pnrr, che praticamente viene citato anche per il miglioramento della ricetta del panettone, si dovrebbe ricondurre la distinzione tra ciò che è privato e ciò che è pubblico – soprattutto quando si parla di risorse – nel giusto alveo.

Le Its Academy possono essere sicuramente uno strumento interessante usando il modello della Fondazione di partecipazione che vede diversi soggetti pubblici e privati coinvolti ma, superata l’orticaria che leggere il solito nome inglese per una struttura operante all’interno del territorio italiano provoca, resta il dubbio sul perché si debbano investire risorse per permettere a operatori privati di fare quella formazione che loro evidentemente celebrano come necessaria quando viene pagata da altri ma che resistono ad attuarla quando si tratta di pagarla in prima persona. Il fatto che il percorso nasca dalla Gelmini e da quel filone di ‘aziendalismo politico’ così prolifico e così ottusamente accettato da tutti, destra e sinistra insieme, rende questa proposta abbastanza imbarazzante. Forse sarebbe il caso di parlarne, prima, con tutti quelli che di formazione si occupano a vari livelli, invece di farsi venire una sorta di eccitazione parossistica per tanti bei termini alti che vengono usati.

La formazione tecnico scientifica non è certo una formazione di tipo speculativo ma visto che Gelmini e Aprea citano nella relazione del 2018 che accompagna il progetto di legge un punto di vista di ‘Adamo’ Smith (proprio così: Adamo, con il nome inglese italianizzato come ai tempi del fascismo), forse sarebbe il caso di ricordare a lor signore che Adam Smith pose al centro di tutta la sua trattazione l’indipendenza del privato rispetto al pubblico e viceversa. Un principio che la destra nostrana (e la sinistra, e il centro, e il centrosinistra, e il centrodestra, e qualunquisti di ogni risma) non ha ancora capito.

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