In Italia il collateralismo tra la Chiesa e la politica non ha mai funzionato. Lo compresero a loro spese sia Pio XII che San Paolo VI nella lunga stagione della Democrazia Cristiana, che più volte si smarcò dalle nette indicazioni papali, soprattutto in occasione delle elezioni. Scontri destinati a infiammarsi quando nella neonata Repubblica si toccavano i temi etici più cari al magistero della Chiesa cattolica. L’apice si ebbe sicuramente nel 1974 in occasione del referendum sul divorzio. “Argentina Marchei ha vinto, Paolo VI ha perso”. Così un cartello esibito davanti a Montecitorio da manifestanti radicali e laici, come ha ricordato il direttore emerito de L’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, “sintetizzava con provocatoria efficacia l’introduzione del divorzio nella legislazione italiana, contrapponendo a Papa Montini la donna romana, militante comunista e sostenitrice della Lega per l’istituzione del divorzio, che fu la prima beneficiaria della nuova legge”.

Nella sua ferma opposizione, San Paolo VI si era riferito ai Patti Lateranensi firmati, nel 1929, da Benito Mussolini e dall’allora cardinale segretario di Stato, Pietro Gasparri. “Non meno – scriveva Montini – della retta interpretazione del Concordato e della sua valida conservazione, preme scongiurare l’introduzione del divorzio nella legislazione italiana (e in quali termini previsti!). Quale sfortuna sarebbe per l’Italia, per la sua tradizione giuridica, per la solidità dell’istituto familiare e della compagine sociale, per la pedagogia del costume e del concetto autentico dell’amore, per il senso del dovere, per la sorte di tanti figli-orfani di genitori infedeli alla loro responsabilità, per la divisione degli animi risultante e per l’obbligo della protesta doverosa per i cattolici e per la Chiesa. Sarebbe atto ‘politico’ infelicissimo”.

Il Papa bresciano ne parlò più volte con Aldo Moro, a quel tempo ministro degli Esteri, suo figlioccio negli anni della Federazione universitaria cattolica italiana. “Far sapere all’ambasciatore d’Italia – scrisse Montini in un suo appunto – che la promulgazione della legge sul divorzio produrrà vivissimo dispiacere al Papa: per l’offesa alla norma morale, per l’infrazione alla legge civile italiana, per la mancata fedeltà al Concordato e il turbamento dei rapporti fra l’Italia e la Santa Sede, per il danno morale e sociale, facilmente progressivo, risultante a carico dell’istituto familiare, dei figli specialmente, per la posizione di contrasto che clero e cattolici sono obbligati a prendere sopra così grave e permanente questione, nei riguardi del Paese”. Cinque mesi più tardi la legge veniva approvata, mentre il Pontefice era in Australia per il suo ultimo viaggio internazionale.

La voce della Chiesa si fece sentire anche nell’introduzione dell’aborto e del successivo referendum che si svolse nel 1981, durante il pontificato di San Giovanni Paolo II. Alla vigilia della consultazione, Wojtyla e la Conferenza episcopale italiana si spesero con tutte le loro forze per l’abrogazione della legge. Il Papa polacco fece sue le affermazioni della Cei: “È compito particolare della Chiesa e del nostro ministero episcopale riaffermare innanzitutto che l’aborto procurato è morte, è l’uccisione di una creatura innocente”. E ancora: “Nessuno può avere atteggiamenti di accondiscendenza, o comunque passivi, di fronte alla realtà dell’aborto”. E infine: “Nella mentalità e nelle strutture della società a cui apparteniamo, abbiamo il dovere di promuovere una logica di vita e abbiamo il diritto che questa volontà sia debitamente riconosciuta”. Per Wojtyla si trattava di “un messaggio dettato dal senso di responsabilità pastorale, ma anche umana e civica. Cristo, che sta alla porta delle coscienze umane e bussa, parla mediante coloro che sono i successori degli apostoli e i servitori della salvezza di ogni uomo. Faccio mia la loro sollecitudine pastorale per ogni uomo e per la società intera. E condivido con i miei fratelli nell’episcopato la loro sollecitudine. È la nostra sollecitudine comune”.

Nel 2005, invece, l’allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini, contribuì decisamente al fallimento dei referendum abrogativi della legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita e la ricerca scientifica sulle cellule staminali. Il porporato si spese con tutte le sue forze per persuadere i cattolici a disertare le urne e non far raggiungere il quorum. I referendum fallirono e Ruini cantò vittoria: “Sono favorevolmente colpito dalla maturità del popolo italiano”. Netta fu anche la sua posizione contro il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali e delle coppie di fatto. Una normativa che, per il porporato, compromette “gravemente il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio e il rispetto che si deve alla vita umana dal concepimento al suo termine naturale”.

Uno stile interventista, quello della Cei di Ruini, che ricorda molto l’operato dell’allora cardinale arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio. Nel 2010 il futuro Papa si scagliò apertamente contro la legge, sostenuta dal governo del suo Paese, sull’equivalenza tra il matrimonio e le unioni omosessuali. “Il popolo argentino – scrisse Bergoglio – dovrà affrontare, nelle prossime settimane, una situazione il cui esito può ferire gravemente la famiglia. Si tratta del disegno di legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso. È in gioco l’identità e la sopravvivenza della famiglia: padre, madre e figli. È in gioco la vita di tanti bambini che saranno discriminati in anticipo, privandoli della maturazione umana che Dio ha voluto che si desse con un padre e una madre. È in gioco un rigetto frontale della legge di Dio, per di più incisa nei nostri cuori. Non siamo ingenui: non si tratta di una semplice lotta politica; bensì di una mossa del padre della menzogna che pretende di confondere e ingannare i figli di Dio”.

Quello sul ddl Zan non è l’unico scontro in atto tra la Chiesa e la politica. Negli Usa i vescovi stanno preparando un documento sul significato dell’Eucarestia nella vita della Chiesa. Un testo che potrebbe impedire a Joe Biden, il secondo presidente cattolico americano dopo John Fitzgerald Kennedy, di ricevere la comunione. I presuli, infatti, vorrebbero vietare l’Eucarestia ai politici favorevoli all’aborto come il capo della Casa Bianca. Ciò, nonostante il Vaticano abbia chiesto ai vescovi statunitensi di astenersi dal farlo per non creare un incidente diplomatico con Biden che ancora non è stato ricevuto dal Papa.

Twitter: @FrancescoGrana

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