Enrico Michetti s’immagina già di giurare a Palazzo Senatorio, sede dell’amministrazione capitolina. Sarà, ma su quale Costituzione? Succede infatti che il candidato meloniano – dopo le gaffes sul saluto romano “più igienico” e sul “fascismo all’acqua di rose” – abbia scritto di suo pugno un commentario alla Carta molto speciale, à la cart, per così dire: in 112 pagine, 30mila parole, il testo vergato dall’uomo che viene dalla destra non cita una sola volta la “resistenza”, i “partigiani”, “nazismo”, “liberazione”, “guerra civile”. Parole che, incidentalmente, sono il fondamento storico della legge dello Stato del 1947. Ce ne sono altre invece, scritte sempre da Michetti, che appartengono di diritto a quel periodo più che a quello contemporaneo. E riguardano l’emancipazione femminile e la parità di genere.

Il lavoro è pubblicato da pochi giorni sul sito di Radio Radio, la tribuna di Michetti, ed è volto a spiegare “come si giunse all’approvazione di ciascun articolo, cercando di far rivivere le ragioni profonde che portarono le eccellenze elette a scolpire con il massimo rigore, con indubbia maestria e dopo ampio dibattito, ogni singolo termine idoneo a definire i nostri diritti portanti, sacri e inviolabili”. Leggendo il testo però è difficile non accorgersi che le “ragioni profonde”, fatalmente, si son perse per strada insieme ad alcune parole chiave della storia. E vai a sapere se per caso o per calcolo. La questione non è poi peregrina, visto che l’ambiguità nel giudizio sul fascismo è il tratto comune alla grande sponsor dell’avvocato romano, Giorgia Meloni, cui è riconosciuta da sempre una speciale abilità nel mantenere l’equivoco su quel passato, tra lunghi giri di parole o più infantili “e allora il comunismo?”. Passato sul quale Gianfranco Fini, per dire, ruppe il silenzio (“male assoluto”) finendo politicamente in disgrazia e non solo, al punto che ha fatto notizia una sua foto recente con l’arcinemico della diaspora a destra, Francesco Storace. Il punto è che per espugnare il Campidoglio quella destra lì non basta. Servono gli elettori moderati ed è forse a questi, più che agli ascoltatori, che questo testo vorrebbe parlare.

I primi 12 articoli della Carta offrono centinaia di spunti ma – come per la Meloni – le parole attese non arrivano mai, restano come prigioniere per scelta o per abitudine. Anche quando l’avvocato-tribuno evoca a tratti il fascismo lo fa con frasi ambigue. Sin dal primo articolo, quello che ha sancito la parola “lavoro” come collante della res pubblica. Michetti sottolinea come la sintesi tra i costituenti tra il datore e il lavoratore “era il frutto di un compromesso teso a pacificare un persistente conflitto sociale che il fascismo riuscì a tenere a bada con la dittatura”. La frase si interrompe lì, senza dire se il giurista-candidato Michetti la consideri una iattura o la rimpianga. Seguono 100 pagine, il dilemma resta. A un certo punto il dubbio deve aver scavato come una goccia se – giusto alla fine del commentario, a due pagine dai saluti – il candidato concede che “dalle relazioni dei Costituenti promanava che, rinnegando la sciagurata parentesi fascista ma anche il precedente periodo monarchico liberale, l’Italia rinunciasse alla guerra come strumento di conquista e di offesa alla libertà degli altri popoli”. Ma sono appunto i Costituenti a parlare, è la citazione di un passo del socialista Vinciguerra, mica Michetti.

Il testo passa poi in rassegna l’articolo 3 sui diritti civili. Michetti si avvita attorno alla figura della donna nella società contemporanea di cui ha una visione del tutto peculiare che non fa superstiti. Potrebbe offendere la Raggi quanto la Meloni, e in generale tutte le donne e chiunque abbia lottato per farle uscire dal cono d’ombra che le relega a discriminate levatrici della Patria. Scrive Michetti: “Per i costituenti il principio dell’eguaglianza di fronte alla legge (…) trova oggi nuovo e ampio sviluppo con l’eguaglianza piena, anche nel campo politico, dei cittadini indipendentemente dal loro sesso. Anzi sulle leggi relative alle pari opportunità si è addirittura ecceduto. Per accelerare il naturale corso di parità sostanziale tra uomini e donne si è adottata la strada impositiva che di fatto nasconde una latente discriminazione di un genere nei confronti del genere soccombente. In alcuni casi, come nella copertura di importati cariche politiche, il merito risulta recessivo rispetto al sesso. Sul punto, al fine di evitare palesi discriminazioni di genere ope legis, urgono chiarimenti se non interventi legislativi ad hoc non di natura ideologica ovvero di speculazione elettorali ma di autentico rispetto dell’articolo 3”.

Fortuna vuole che Michetti si sia fermato all’articolo 12 della Costituzione. Chissà cosa avrebbe scritto dell’articolo 37 che riconosce alla “donna lavoratrice gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”. E al 51 che chiarisce come “tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge” e precisa “a tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità` tra donne e uomini”. Esattamente ciò che a Michetti è sgradito perché ritenuto “eccessivo”, benché le donne e le associazioni che si battono per una vera parità ritengano del tutto insufficiente, al punto da inficiare non solo le loro personali libertà di affermazione ma anche la speranza di una società più moderna, più giusta e progredita. Nella sua recente autobiografia Giorgia Meloni ha raccontato di essere al mondo grazie a un aborto scampato grazie al “combattimenti di una donna sola”, e cioè la madre, che superò all’ultimo i condizionamenti e i limiti di una società che riserva alle donne un destino di resa. Vero o falso che sia, se la Meloni leggesse il suo candidato? Forse non lo voterebbe.

t.mackinson@ilfattoquotidiano.it
twitter: @thomasmackinson

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