Nel guazzabuglio israelo-palestinese si muovono a loro agio coloro che ritengono, in modo demagogico, di poter ridurre la complessità dei fenomeni agitando slogan e producendo paragoni assurdi, storicamente inavvertiti e metodologicamente friabili. Questa fauna pensa di poter cavalcare, moralisticamente e sentimentalisticamente, l’indignazione che le vicende di queste ore suscitano nell’opinione pubblica, per riprodurre la polarizzazione di sempre: da un lato quelli che “gli israeliani fanno ai palestinesi ciò che loro stessi hanno subito con la Shoah”, dall’altro gli eterni sostenitori del “diritto di Israele a esistere”.

Tra i primi, purtroppo, occorre annoverare tutta una serie di personaggi della sinistra cosiddetta “radicale”, nelle cui file milita gente che impunemente pone domande retoriche sulle differenze tra il Ghetto di Varsavia e gli scontri odierni, oppure che afferma la “volontà di sterminio” di Israele verso i palestinesi, evocando così, neanche velatamente, la “Soluzione finale del problema ebraico” rovesciata. Questa prima fazione non sopporta che si contesti questa visione insostenibile e fuorviante, e dunque è pronta ad attribuire a chiunque la metta in dubbio l’etichetta di amico dei macellai.

La seconda fazione, trasversale e “istituzionale”, guarda il problema da un solo lato, come se i razzi Qassam fossero sparati per mera pulsione annientatrice di Hamas, e chiude un occhio, anzi due, sulla gestione del conflitto e sul regime di compressione incredibile dei diritti da parte del governo israeliano. Tra questi ultimi, si registra la presenza ieri a una manifestazione, assieme a Matteo Salvini e Antonio Tajani, del segretario del Partito Democratico Enrico Letta e della sindaca di Roma Virginia Raggi. In generale, la reazione di questa fazione è la sempre spendibile accusa di “antisemitismo”.

Se questa polarizzazione è irricevibile, occorre cercare di leggere la questione sine ira ac studio come dovere intellettuale: non un modo di non prendersi responsabilità, ché così facendo il rischio invece è doppio, ovvero si finisce per scontentare entrambe le fazioni.

Partirei da un dato: la vicenda che ha scatenato gli scontri riguarda il tentativo di sfratto di alcune famiglie palestinesi da Gerusalemme, su cui Israele intende, in violazione del diritto internazionale, mettere le mani, e di fatto le sta mettendo. Quelle famiglie lottano praticamente a mani nude, e non sono aiutate nemmeno dallo Stato di diritto israeliano, dal momento che i loro diritti sono compressi perfino di fronte alla Corte suprema. Dunque il primo problema è politico-giuridico e interno.

Poi c’è il côté esterno, l’indagine avviata dalla International Criminal Court (Icc) sul comportamento di Israele (ma anche dei palestinesi) a partire dall’operazione Protective Edge che nel 2014 ha causato più di 2000 morti palestinesi, più della metà civili. Come è noto, la Icc ha giurisdizione soltanto per gli Stati firmatari dello Statuto di Roma che lo abbiano poi ratificato. Tra questi non c’è Israele. La Palestina ha uno status di Stato non membro osservatore presso l’Onu ed ha ratificato lo Statuto della Corte. La procuratrice della Icc che ha avviato le indagini ha dunque giurisdizione? Può portare alla sbarra i militari israeliani per crimini di guerra? La cosa è molto dubbia: certamente l’intrapresa delle indagini ha un valore altamente politico (contro il quale sia Donald Trump che Joe Biden si sono schierati), ma questo stesso fatto fa emergere i limiti della Icc non solo sul piano giuridico, ma anche su quello propriamente politico.

Questo tipo di giustizia transazionale finisce per politicizzare il diritto o per giuridificare la politica, sovrapponendo due piani che, in questo caso, forse dovrebbero essere tenuti separati. L’impressione che si ha è che l’indagine Icc sia, per i crimini israeliani, un buco nell’acqua, e che si possa rivelare un boomerang invece proprio per i dirigenti palestinesi, essi sì processabili senza alcun dubbio, stante l’adesione palestinese allo Statuto.

Infatti, ad avviso di chi scrive, oltre alla questione della statualità della Palestina, la procedibilità contro Israele dipende dalla domanda se un paese possa essere soggetto passivo nel processo, pur non avendo firmato e ratificato lo Statuto. Per fare un esempio: un generale statunitense che autorizzi violenze sui civili sul territorio di un paese terzo firmatario può essere processato davanti alla Icc, dal momento che gli Stati Uniti non hanno ratificato l’accordo? Non opera il Monetary Gold principle secondo cui occorre il consenso dello Stato il cui interesse è implicato nella giurisdizione?

La questione, dunque, oltre e più che giudiziaria appare politica, ma nel dipanare l’uno e l’altro aspetto non aiuta la tifoseria. Men che meno se la soluzione è, come dovrebbe apparire chiaro, politico-diplomatica. Su questo, occorrerebbe un maggiore senso di responsabilità degli intellettuali e dei politici, ma tra la ricerca del like e le furberie della realpolitik, ai più conviene mobilitare il pregiudizio e aizzare le curve.

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