Non serve essere esperti di politica internazionale per sapere che incendiare Israele e Palestina è fin troppo semplice. La violenta escalation – dalla pace israeliana con gli Emirati e altri paesi influenti del Medio Oriente si è arrivati in pochi mesi a una situazione che sembra portare Israele sull’orlo di una guerra civile – richiede una spiegazione dettagliata.

Diciamolo chiaramente. Benjamin Netanyahu è una persona rinviata a giudizio, con accuse gravi di corruzione mai verificatesi nella storia dello stato ebraico. Chi è angustiato per il proprio futuro, se dentro o fuori una cella carceraria, non è idoneo ad affrontare la realtà israeliana e palestinese di questi giorni. Comincerò da alcuni fatti che il lettore italiano probabilmente non conosce, o conosce poco.

Per quasi due anni la polizia israeliana è stata senza un capo. Bloccare una nomina così sensibile e importante era una scelta di Netanyahu, legata proprio al suo processo per corruzione. In Israele la polizia ha un ruolo cruciale nell’amministrare i rapporti tra arabi e israeliani, soprattutto in una città molto sensibile come Gerusalemme. La persona scelta infine da Netanyahu, Kobi Shabtai, si è rivelata molto poco adatta. Nel mese di Ramadan la polizia israeliana si è comportata, e mi dispiace dirlo da israeliano, in modo provocatorio: Shabtai ha mandato poliziotti armati alla moschea di El Aqsa che hanno lanciato fumogeni e ferito credenti venuti alla preghiera, ha chiuso l’entrata Schem da cui passavano i credenti musulmani e ha permesso ad esponenti dell’estrema destra israeliana di insediarsi nel rione palestinese Sheh Jarach (Gerusalemme Est).

Qui si trova una delle chiavi di questo incendio. Gli estremisti della destra israeliana – tra cui deputati della nuova Knesset, per volontà e aiuto di Netanyahu – volevano mandare via abitanti palestinesi col pretesto che le case appartenevano, documenti alla mano, a un proprietario ebreo che le aveva comprate legalmente in passato. Ciò che a prima vista può sembrare un conflitto per il mattone ha radici più profonde.

Dopo la guerra del ’48 case e località arabe furono ripopolate da cittadini ebrei. Un fenomeno raccontato da grandi scrittori come Sameh Izhar in La rabbia del vento, Abraham B. Yehoshua in Davanti ai boschi, David Grossman in Presenti assenti (tutti tradotti in italiano). Un palestinese, pur dimostrando che la sua famiglia era proprietaria di un certo bene nel ‘48 in territorio israeliano, non può riaverlo, anche se lo dimostra legalmente.

A questa fragile situazione si aggiunga la violenza all’interno della società arabo-israeliana e il possesso smisurato di armi in villaggi e città (ad esempio Umm al-Fahm). Una violenza tra gli stessi arabi fatta di delinquenza, faide, “onore della famiglia” che porta a molti femminicidi. La polizia israeliana non ha mai cercato seriamente di porre fine a questa violenza quotidiana né di confiscare l’enorme quantità di armi illegali. Anche il ministro Rohanna, responsabile del lavoro della polizia, si dimostra incapace mandando gli agenti in ritardo nei linciaggi avvenuti ieri notte (mercoledì) da arabi verso persone inermi ed ebrei di estrema destra verso cittadini arabi.

Quello tra Netanyahu e Hamas è uno strano rapporto. Come capo del governo Netanyahu ha fatto di tutto per indebolire il pragmatico Abu Mazen e rinforzare l’organizzazione terroristica musulmana Hamas. Il Qatar, grande finanziatore della striscia di Gaza, passa decine di milioni di dollari alla leadership attuale di Gaza. Netanyahu, pur sapendolo, lo permette e quando emerge che quei soldi vengono spesi in missili e razzi per colpire le città israeliane, sostiene che “è colpa della sinistra”.

L’intelligence dell’esercito israeliano non aveva previsto il lancio di missili su Tel Aviv. Secondo loro Hamas non aveva alcun interesse ad incendiare i rapporti con lo stato ebraico. È stato un grave errore. Se questi missili poco sofisticati sono in grado di mettere in ginocchio il cuore del paese, figuriamoci quelli di Hezbollah dal nord o di lunga gittata dall’Iran.

Sono uno scrittore e un giornalista e non mi intendo dei moventi che guidano un leader politico. Netanyahu non ha vinto pienamente nessuna delle quattro tornate elettorali degli ultimi due anni, e ha esaurito il mandato per formare un nuovo governo. Per questo verso il primo ministro ad interim nutro forti dubbi che le sue mosse militari – e dei suoi ministri come Rohanna – siano influenzate dal processo per corruzione che lo vede protagonista.

I rapporti tra arabi ed ebrei sono stati danneggiati come non mai nella storia dello stato ebraico. L’unica soluzione che potrà forse ricucire queste ferite è un governo di cambiamento senza Netanyahu, che coinvolga rappresentanti politici degli arabi-israeliani. Se non verrà scelta questa strada, Israele, per la prima volta nella Storia, rischia di arrivare a una guerra civile.

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