Dopo tre anni di iniziative al porto di Genova, per contrastare il transito di carri armati, missili ed esplosivi funzionali al conflitto nello Yemen e diretti verso altri teatri di guerra, cinque esponenti del Collettivo autonomo dei lavoratori portuali sono indagati dalla Procura di Genova. La notizia del fascicolo è emersa lo scorso 24 febbraio, a seguito delle perquisizioni a tappeto su mezzi, abitazioni e luoghi di lavoro degli indagati, con sequestro di telefoni e computer non solo dei lavoratori coinvolti, ma anche dei loro familiari conviventi, figli compresi. “Uno sforzo sproporzionato volto a reprimere, più che a cercare prove di un’ipotesi di associazione a delinquere palesemente campata in aria” – si sfogano i componenti del gruppo che ieri mattina ha voluto convocare una conferenza stampa per chiarire la sua posizione. Secondo il collettivo “la reale intenzione è quella di mettere a tacere la conflittualità sindacale e la lotta che stiamo portando avanti per la sicurezza sul lavoro e contro il traffico di armi nel porto”.
Presente anche la legale del Calp, Laura Tartarini: “Il fatto che dei soggetti, nell’ambito di iniziative legittime, possano aver compiuto alcuni reati, nel caso specifico bagatellari – spiega in attesa di avere maggiori informazioni alla chiusura dell’inchiesta che risulta ancora in corso – non può trasformare la libera organizzazione di cittadini, assolutamente legittima e tutelata dalla Costituzione, in un’associazione per delinquere”. “Da un’alta carica cittadina ci arrivò subito il messaggio di stare attenti, che stavamo entrando in un campo più grosso di noi – spiega Riccardo Rudino, sindacalista Usb e lavoratore del Collettivo – sapevamo di correre dei rischi a denunciare certi traffici e mettere in discussione equilibri rodati da anni, ma non pensavamo potessero arrivare a questo livello di repressione. Tuttavia non ci fermeremo, continueremo a protestare con determinazione come fatto fin ora e ci difenderemo dalle accuse che ci vengono mosse, finché saranno con noi colleghi, cittadini e realtà associative che non vogliono più contribuire all’ingranaggio della guerra”.
Non solo le attività in porto, agli atti potrebbero finire anche una serie di fatti inerenti il coinvolgimento dei cinque lavoratori nei disordini avvenuti a margine di iniziative organizzate dall’assemblea di “Genova Antifascista” per contrastare la presenza di sigle di estrema destra in città. E la trasferta a Castiglion Fibocchi, organizzata questa estate per appendere uno striscione contro l’assoluzione, recentemente ribaltata in appello bis, dei due giovani accusati del tentato stupro di Martina Rossi, figlia di Bruno, storico storico sindacalista del porto che ha visto nascere e segue sempre da vicino le iniziative del Collettivo autonomo dei lavoratori portuali. “Ci pedinarono e contestano la presenza di un cutter nel furgone, ovviamente funzionale all’affissione dello striscione”.
Tra le accuse, una riguarda delle “modifiche” che sarebbero state fatte ad alcuni bengala (razzetti di segnalazione) per renderli “micidiali”: “Non modifichiamo proprio nulla – spiegano dal Calp – al massimo può capitare che, in alcune circostanze, si tolga la componente esplosiva/propulsiva dei bengala per poterlo maneggiare in sicurezza usandoli come torce luminose, quindi se mai allo scopo opposto di quello immaginato dagli inquirenti”. Ora i cinque temono possibili ripercussioni sul proprio lavoro: “Mentre quello che continuiamo a ripetere è che sarebbe sufficiente fare applicare la legge 185/90 e interrompere i traffici di armi“.
Intanto, a pochi metri dalla sala del Circolo dell’Autorità portuale dove si svolge l’incontro, il cargo saudita Bahri Jeddah riparte dal terminal Gmt con la stiva carica di carri armati. Prossima tappa il porto egiziano di Suez e destinazione finale Gedda, in Arabia Saudita. “È sconfortante constatare come il transito di navi cariche di armi prosegua senza venire minimamente intaccato dalle nostre contestazioni – conclude la conferenza stampa l’86enne Danilo Oliva, presidente del Circolo Autorità Portuale – ma noi abbiamo una storia di lotte sindacali da difendere, non possiamo rinunciare alla dimensione della solidarietà internazionale e dobbiamo continuare, nonostante tutto a gettare i nostri sassolini nell’ingranaggio, per quanto velleitario possa sembrare agli occhi di chi vede i propri fatturati crescere grazie a questi traffici di morte”

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