Le attività turistiche del lametino, in provincia di Catanzaro, nelle mani della cosca Bagalà. Il cui capo, Carmelo Bagalà, era “in grado di gestire tutti gli affari illeciti e di assumere ogni decisione nell’ambito della cosca”. È quanto accertato nell’ambito dell’operazione “Alibante”, coordinata dal procuratore Nicola Gratteri, dall’aggiunto Vincenzo Capomolla e dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. I carabinieri hanno eseguito misure cautelari per 19 persone ritenute responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione di tipo mafioso, scambio elettorale politico-mafioso, corruzione, estorsione, consumata e tentata, intestazione fittizia di beni, rivelazione di segreti d’ufficio e turbativa d’asta. Sette indagati sono finiti in carcere e dieci ai domiciliari, mentre per due il gip Matteo Ferrante ha disposto l’interdizione. Il blitz ha riguardato i comuni di Lamezia Terme, Nocera Terinese, Falerna e Conflenti ma anche le città di Aosta, Arezzo e Cosenza. Intervenuto in conferenza stampa, il procuratore Nicola Gratteri ha dichiarato che “stiamo procedendo a una progressiva liberazione del territorio. I reati contestati agli odierni indagati sono tutti tipici di un controllo asfissiante del tessuto economico e delle pubbliche mministrazioni. Le persone possono fidarsi di noi, come si sono fidati i due imprenditori che per anni sono stati vessati e soffocati dalla cosca. Noi ripaghiamo” la collettività liberandola “dagli aguzzini”. “È un clan ben strutturato – ha aggiunto Capomolla – che si era costruito agganci nella pubblica amministrazione e persino tra gli uomini dello stato, fino ad essere completamente pervasiva”.

Carmelo Bagalà, stando a quanto si legge nelle carte dell’inchiesta, “gestiva, in maniera incondizionata, il controllo criminale dei territori di Falerna e Nocera Terinese e, attuando una condotta che poteva essere definita ‘low profile’, si attestava quale dominus, soprattutto nel settore delle estorsioni, dell’usura e nella gestione, in modo diretto e indiretto, di diverse attività economiche e finanziarie”. Il sistema alla base degli affari della cosca era quello dei prestanome. Ai quali, per esempio, venivano intestate le quote societarie della “Calabria Turismo srl” attraverso cui il boss Bagalà – sostengono gli inquirenti – è riuscito addirittura “a percepire un finanziamento pubblico ammontante a 599.698 euro”. Parte di quei soldi, il boss li ha utilizzati per la ristrutturazione e riattivazione dell’“hotel dei Fiori”. Lavori che, però, secondo il gip sono stati realizzati “sottomettendo e soggiogando psicologicamente” i titolari di una ditta nei confronti dei quali “commetteva innumerevoli condotte estorsive imponendo loro l’assunzione di persone di esclusiva fiducia e costringendoli ad emettere numerosi assegni post datati a beneficio dei fornitori di materiale edile che venivano contattati e scelti direttamente dal capo cosca”.

Le indagini, partite in seguito ad alcune denunce di imprenditori lametini contro la cosca “Bagalà”, hanno dimostrato presunti rapporti illeciti tra la cosca ed alcuni esponenti delle amministrazioni comunali di Falerna e Nocera Terinese, con capacità di influenza su processi decisionali, amministrativi ed elettivi. Secondo la Dda di Catanzaro, il boss Bagalà “riusciva a condizionare il panorama e la vita politica” di Nocera Terinese. Alle elezioni del giugno 2018 “sosteneva la candidatura a primo cittadino di un soggetto a lui vicino, individuata in Massimo Pandolfo, nonché quella a consigliere comunale di Salvatore Grandinetti e Rosario Aragona (tutti inseriti nella lista ‘Unità popolare nocerese’), i quali, grazie al sostegno elettorale della cosca ed al proselitismo ‘ndranghetistico effettuato in loro favore risultavano vincitori ed eletti”. Ai domiciliari è finito l’ex sindaco Luigi Ferlaino, accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso. È solo indagato, invece, l’altro ex sindaco Pasquale Motta, oggi direttore dell’emittente “LaC”. È accusato di concorso esterno ma secondo il gip, che ha rigettato l’arresto, è mancata “la dolosa sinergia in campagna elettorale del Motta e del Bagalà”. Sono stati disposti i domiciliari pure per la figlia del boss, l’avvocato Maria Rita Bagalà, arrestata ad Aosta.

Ritornando alle elezioni pilotate dalla ‘ndrangheta, dopo due mesi il sindaco Pandolfo si è dimesso “a causa delle varie pressioni che stava subendo” e, subito dopo, gli indagati “cercavano di formare una rosa di candidati da schierare nella lista uscente ‘Unita popolare nocerese’ in modo da assicurarsi il successo anche nella nuova tornata elettorale (cosa poi effettivamente avvenuta)”, si legge ancora nell’ordinanza. In quella lista era candidato a consigliere anche il carabiniere Francesco Cardamone, oggi vicesindaco, finito ai domiciliari per concorso esterno con la ‘ndrangheta, rivelazione di segreto d’ufficio e corruzione elettorale. Per gli inquirenti, infatti, ha “una personalità spregiudicata” ed è “risultato essere persona estremamente vicina a Carmelo Bagalà, al quale aveva rivelato l’esistenza di indagini a suo carico”. A fare campagna elettorale “porta a porta” in favore del militare indagato è stato Domenico Aragona, ritenuto dagli inquirenti l’uomo di fiducia e autista del boss.

Mentre Carmelo Bagalà viene descritto come il soggetto che “ha contaminato criminalmente ogni aspetto della vita economica, politica ed amministrativa, imponendosi in quei territori come autorità ed alter ego dello Stato”, “il Cardamone – scrive il gip – ha strumentalizzato reiteratamente prima il ruolo ricoperto all’interno delle forze dell’ordine e successivamente, una volta eletto vicesindaco, ha dato sfogo alle promesse clientelari grazie alle quali si è assicurato la carica pubblica”. Per quanto riguarda le estorsioni nel settore turistico, i carabinieri hanno ricostruito quella ai danni dell’imprenditore Massimiliano Antonicelli, costretto dal boss Bagalà e da Vittorio Macchione prima ad acquistare il villaggio “Bahja” di Paola” e poi a consegnare “ingenti somme di denaro a titolo estorsivo che esulavano dagli accordi di compravendita del villaggio, anche attraverso fatturazioni per operazioni inesistenti per 161mila euro”. Quando l’imprenditore Antonicelli non pagava il boss, si legge nelle carte, tranquillizzava Macchione: “Se vuoi… un’imbasciata gliela mandiamo”, “quest’estate ci prendiamo qualche cosa”, “gli dobbiamo fare capire… ma che fate… te la neghi qua… non vuole capire che… questi sono gli amici”.

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