di Gianluigi Perrone*

Domenica scorsa la cerimonia annuale degli Academy Awards ha registrato un nuovo primato: la prima donna asiatica (e si potrebbe anche dire non caucasica, visto che l’unico altro caso è stato Kathryne Bigelow) a vincere l’Oscar come Miglior Regia. La terza opera filmica di Chloe Zhao, Nomadland, conquista tre statuette: Miglior Film, Miglior Regia e Miglior attrice protagonista a Frances McDormand. Un traguardo importantissimo in tempi di riscossa all’emancipazione femminile, ma anche un messaggio positivo in un periodo in cui gli Stati Uniti affrontano seriamente la questione razziale dell’odio verso gli asiatici, un fenomeno che sta facendo parlare meno all’estero del Black Lives Matter ma che non è trascurato dalla community americana.

Chloe Zhao è nativa di Pechino, poi trasferitasi per gli studi nel Regno Unito prima e a Los Angeles successivamente, come è molto frequente per i figli della nuova borghesia cinese. Con la crescita esponenziale dell’industria cinematografica, oramai diventata il primo competitor di Hollywood, la Cina ha puntato fortemente alla corsa agli Oscar, tentando le carte delle vecchie glorie come Zhang Yimou, o delle coproduzioni, come Wolf Totem. Operazioni che però non hanno mai soddisfatto le aspettative.

Lo straordinario exploit della 39enne Zhao dovrebbe essere quindi un evento più che fausto per il soft power cinese, e invece sfogliando i rotocalchi di domenica e lunedì le pagine dei principali magazine locali, di Nomadland non c’è traccia. Il primo caso di cancel culture istantanea. Chloe Zhao è sparita dalle news. Eppure ci tenevano tanto!

Sarà perché è una produzione americana? Non proprio. Bisogna affrontare una questione razziale poco nota fuori dalla Cina. Zhou Ting (all’anagrafe) è quella che molto poco elegantemente verrebbe definita “una banana”. È un termine gergale decisamente razzista per definire un asiatico cresciuto o formato in Occidente: giallo fuori e bianco dentro, sarebbe il significato simbolico del termine. L’incrocio tra le due culture ha creato molti casi di individui idiosincratici, che vivono una costante oscillazione tra una mentalità e un’altra completamente diversa.

Casi che diventano familiari per gli occidentali che vivono e operano in Cina da anni, come chi scrive, consapevoli dello shock culturale che a volte risuona per anni. Chloe Zhao si è formata in paesi anglosassoni ma è finita nel mirino per vecchie dichiarazioni in cui pare aver detto che il suo stile risentiva dei suoi ricordi di infanzia, quando si trovava in “zone desertiche in cui chiunque diceva bugie”. O qualcosa del genere. Al di là del fatto che l’affermazione potrebbe essere contestualizzata meglio, forse il clamore per queste affermazioni viene dal fatto che la Zhao ha infranto un patto culturale centrale per la cultura cinese.

Non stiamo parlando di mentire sull’età, di lodare una pettinatura non proprio riuscita, di fornire credenziali nel curriculum non vere o di non mantenere le promesse. Queste sono omissioni di verità comuni a tutte le latitudini, tutti i paesi e culture. Probabilmente qui ci si riferiva a una forma di cortesia ed equilibrio di immagine molto rigida, comune a paesi asiatici pur molto diversi (come Cina, Giappone e Sud Corea), che spesso può risultare stucchevole o incomprensibile agli stranieri, ma che è il gap culturale da attraversare per avere una visione univoca. C’è una verità che entrambi decidiamo di tenere nascosta in nome di un equilibrio che entrambi ci impegniamo a mantenere, in nome della pace. Questo è il patto di cui stiamo parlando.

Con il silenzio nei confronti di Nomadland, quindi, la Cina celebra la propria identità che non avrebbe senso di essere festeggiata davanti al compromesso di doversi modificare radicalmente. Non escludiamo che, come il già citato Zhang Yimou e il pluripremiato artista Ai Weiwei, la figura in odore di dissidenza non posse essere altro che una carta vincente per penetrare comunque nelle stanze di prestigio in Occidente. Se così fosse, il comportamento di Chloe Zhao sarebbe dopotutto, in tutto e per tutto, conforme a quelle strategie che nella famigerata intervista vennero appellate solo come “bugie”.

*Ceo di Polyhedron VR Studio

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