La fatidica riapertura delle sale sembra giunta alle porte. Ma prima, quasi fosse una natività laica, nella Notte delle Stelle tra domenica 25 e lunedì 26 aprile verranno assegnati gli Oscar 2021 dal Dolby Theatre di Los Angeles. In Italia per i non abbonati Sky la diretta in chiaro è su TV8. Così dal 26 aprile i cinema italiani tornano al lavoro, temerari o meno, si spera sani come prima della chiusura e il più a lungo possibile.

Uno dei film che riaccenderanno i botteghini è Minari. Un vero e proprio colpo al cuore, di quelli belli però. Non solo artisticamente, anche simbolicamente visto il momento che stiamo attraversando tutti a causa del Covid. Schiera ben 6 candidature agli Oscar 2021 il film che Academy Two ha voluto difendere per mesi dall’on demand. E a ragione, trattandosi della storia intimista di una famigliola coreana in cerca di fortuna nell’attuale campagna a stelle e strisce.

Quella tra il bambino e sua nonna fa da cardine poetico a tutte le relazioni perfettamente costruite dall’autore Lee Isaac Chung, il quale ha vissuto un passato molto simile al suo film. Per questo e mille altri motivi, tra i quali tanti tuffi in sguardi sulla natura e sulle umane emozioni alla Malick, è il titolo imperdibile di questa riapertura. Attenzione anche a Steven Yeun, star di The Walking Dead ieri e oggi assoluto outsider in corsa per la Statuetta al Miglior attore protagonista. Se le zone gialle ci assistono nelle riaperture targate Draghi, le sale italiane in ballo potrebbero essere ben 24, tra le quali 3 milanesi e 2 romane, il Nuovo Sacher di Nanni Moretti e il Quattro Fontane.

Anche Nomadland si fregia di 6 nomination, ma ha collezionato premi fin dal suo esordio alla Mostra del Cinema di Venezia 77: un Leone d’Oro seguito da una trentina di riconoscimenti su varie latitudini, tra i quali 2 Golden Globe. Dopo The rider, storia vera reinterpretata dall’altrettanto vero protagonista, l’autrice Cloé Zhao volta pagina, prende Frances McDormand, una delle migliori attrici viventi, e la fa vivere in un furgone, realmente a zonzo in quel territorio crepuscolare e sconfinato che è il mondo dei senza fissa dimora americani. Un anti-lockdown per antonomasia, potremmo dire. Strade e vite intrecciate a improvvisate amicizie solidali, bisogno di fiducia, libertà da pionieri su gomma e autostrade, un pizzico di coraggiosa follia. Tutto all’ombra amara di una crisi economica e sociale che schiva i riflettori serpeggiando negli Usa da decenni. Tra colpi d’occhio sterminati ne viene fuori un roadmovie che tocca l’anima. Uscita sulla piattaforma Disney+ programmata al 30 aprile già da tempo, speriamo che Sony Pictures ce la possa proporre anche in sala.

Da una storia anti-lockdown ad una che se ne fregia. Locked Down è infatti la prima commedia americana di una major, la Warner Bros, ambientata, manco a dirlo, in pieno lockdown. Un poeta costretto a fare il corriere furgonato resta in quarantena nella bella casa della compagna, una manager tagliatrice di teste per Harrods, a Londra. Si fondono tre temi: chiusura anti-Covid, crisi di coppia e heist movie. I protagonisti infatti, Anne Hathaway e Chiwetel Ejiofor dovranno scegliere se approfittare o no di uno straordinario trasporto di preziosi a loro affidato dal negozio. Ne viene fuori un pastiche che oscilla tra brillante e malinconia. Divertente a tratti, ma non più d’un film di cassetta e già on demand, a sale aperte la Warner potrebbe preferirgli altri arretrati più allettanti per il pubblico represso da un anno.

Tra le tante novità online per il bel paese – appena uscito su Google Play Store e Amazon Prime Video, ma a pagamento – abbiamo anche un grande escluso dagli Oscar: Ammonite. Per la verità somiglia un po’ a Il ritratto della giovane in fiamme, ma diciamolo piano. Si tratta di una love story tutta al femminile ambientata nella Cornovaglia del 1840. Saorise Ronan moglie di un geologo benestante e l’archeologa di alterne fortune e unghie sporche di solitudine Kate Winslet sono donne agli antipodi che scoppieranno in un amore impossibile, consumato, viscerale e inconfessabile. Altro che outing. Lavoro raffinato seppur non originalissimo, conquisterà chi cerca film in costume e amori struggenti. E poi vive di attrici monumentali che rappresentano al meglio due generazioni confinanti. Sarebbe meraviglioso se queste due artiste leggessero il testo della Legge Zan. Sarebbe meraviglioso se anche loro si fotografassero con un DDL ZAN sulle mani.

Da segnalare a chi ama le opera prime e i film per nulla scontati è Thunder Road, sempre on demand. Scritto, diretto, montato, musicato e interpretato da Jim Cummings. Lasciate perdere i pregiudizi di maniacalità del controllo. Ci troviamo di fronte a un fior d’autore che ci porta nella vita sregolata e destabilizzante di un poliziotto di provincia in lotta con l’ex-moglie, e alle prese con il lutto di sua madre. Elaborazione del trauma e linguaggio tragicomico, a tratti surreale, addirittura commovente con la figlia, ma quasi sempre incomprensibilmente patetico il suo personaggio ai confini dell’irritante, mostrerà lentamente sfaccettature e cause di ogni sua scompensazione. Soltanto il finale sarà rivelatorio, perciò tenete duro fino alla fine, le vostre emozioni vi ricompenseranno.

Fino alla fine non tengono, o meglio non vivono i protagonisti di Non mi uccidere, di Andrea De Sica. Preso dal primo di una trilogia letteraria horror di Chiara Palazzolo (titolo omonimo edito da Mondadori), si trova su tutte le piattaforme online. Antagonista nell’ombra di quello spreco di soldi e idee di Twilight fin dalle librerie, uscirono praticamente insieme nel 2005. Questo film però è molto più asciutto e tagliente. Alice Pagani e Rocco Fasano, protagonisti sensuali, muoiono subito per una strana droga. Quindi una storia di ritorno alla vita, o alla non-morte. Interessantissimo il laccio alla tradizione dei benandanti, figure appartenenti a culti pagani nel contado friulano di qualche secolo fa, traslato dall’autrice nel moderno. Pupille annerite da possessione cannibale, scene di traverso sotto neon inquietanti, offre un altro tassello al nuovo cinema italiano e horror. Inizio discreto e love story truculenta e gore che potrebbe soddisfare i più accaniti appassionati del cinema di genere.

Chiudiamo con una serie Netflix, la prima italiana a schierare solo attori italiani di seconda generazione. Ragazzi con radici africane, sudamericane o asiatiche, così dal Barrio milanese, come una colorata banlieue parigina, ci arriva la vicenda di questo fumettista impacciato ma di belle speranze che scopre il superpotere dell’invisibilità al culmine di un inseguimento, come il Jeeg Robot di Mainetti. Invisibilità prima sociale, anomica, ora di grande responsabilità come un novello Spidey, Zero è costruito dal romanzo di Antonio Dikele Distefano, Non ho mai avuto la mia età (anche questo Mondadori). Dikele è un giovane fenomeno, spigliato e acuto come pochi altri ragazzi in tv, ha penna e idee buone, ma qui lo sviluppo fiction non convince affatto, un po’ come l’Armadillo disconosciuto da Zerocalcare. Basato sulla musicalità sì, nuove scene rap, trap e hard core la fanno da padroni, ma immagini e cast di Zero non sono sempre all’altezza del progetto, fatto salvo per alcuni attori. Continua a farsi guardare per la curiosità verso un prodotto italiano, ma potrebbe anche infatuarsene il pubblico estero, chissà. Del resto siamo in oltre 190 milioni ad averlo a disposizione sui device.

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