Mi sono creato un neologismo: “piantista”. Ecco, io mi definisco un piantista per reazione agli animalisti. Non perché non mi piacciano gli animalisti, tutt’altro, ho tanti amici nelle loro schiere, ma perché sembrano non accorgersi di quell’altra realtà, quella vegetale, che tra l’altro ci consente di vivere. Eppure, santo dio, la biomassa vegetale sulla Terra è enorme: equivale a 450 gigatonnellate, quella degli animali ad appena 2 gigatonnellate, quella degli umani ad un miserrimo 0,06. E, giusto per rafforzare questa mia convinzione, ecco creato il neologismo.

Del resto, nel fazzoletto di terra che ho in campagna ho fatto crescere le piante liberamente, senza forzature, in modo che trovassero il loro status ideale, in modo che dialogassero fra loro. E quando adesso esco per le vie di Torino mi incanto a guardare la parietaria che spacca i muri o le radici degli alberi che sollevano l’asfalto. O quella betulla che cresce sulla grondaia dell’edificio abbandonato. Come descrivemmo in Verde Clandestino. È con queste esperienze, con questo retroterra culturale che ho letto, anzi, che dico, ho divorato, Flower Power di Alessandra Viola, già conosciuta per via di quel bellissimo libro – per me di formazione – da lei scritto con Stefano Mancuso, dal titolo Verde Brillante.

Con questo saggio Viola ha fatto un passo ulteriore in avanti rispetto al precedente, che già evidenziava le caratteristiche e l’importanza del mondo vegetale sconosciute ai più. È andata più in là, e lo denuncia chiaramente il sottotitolo Le piante e i loro diritti. Partendo dal presupposto che i diritti sono in evoluzione e soggetti che un tempo i diritti non li avevano oggi li hanno, e vivaddio (pensiamo solo ai neri quando erano ridotti in schiavitù) e, non solo, che già esiste anche una Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Animale (Unesco, Parigi, 15 ottobre 1978), perché non riconoscere diritti anche al mondo vegetale? Certo, apparentemente, uomini e animali sono simili, anzi, l’uomo è un animale, mentre le piante sembrano proprio tutto un altro mondo, ma – ricorda Viola – non è proprio così. Ed ecco allora elencati i dati scientifici in base ai quali le piante non solo posseggono i cinque sensi classici, ma ne posseggono ben di più: “i sensi vegetali finora noti sono una ventina e tra questi si annoverano la capacità di percepire la gravità e l’umidità, i campi elettromagnetici e una moltitudine di elementi presenti nel suolo e nell’aria”.

Quindi, dove risiederebbe l’impossibilità di riconoscere i diritti alle piante? Tanto più che vi è da considerare che vi sono già delle “cose” (permettetemi questo brutto ed anonimo vocabolo) che si sono viste riconosciute la personalità giuridica. Pensiamo a diversi fiumi in giro per il mondo, come sempre e giustamente citato ad esempio il fiume Whanganui, sacro ai Maori. E poi pensiamo ai diritti della natura riconosciuti in alcune carte costituzionali come quelle di Ecuador e Bolivia (tutti casi ovviamente citati nel saggio).

E non è neanche il caso di sottolineare che il riconoscimento di diritti alle piante consentirebbe un’apertura mentale con conseguenze inimmaginabili per il futuro dell’umanità, e fornirebbe veste giuridica alla banale consapevolezza che senza le piante l’uomo non vive. Sarebbe un ulteriore passo verso un mondo in cui l’uomo non si arroga neanche più il potere di riconoscere dei diritti ma vive in comunione con tutta la natura. Ma questo è un sogno che mi tengo per me…

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