Cinquanta milioni di euro per una firma su un pezzo di carta. Quella decisione adottata dalla Regione Veneto è contro la legge e va fermata. Scavare nella falda di Treviso causerà inquinamento all’acquedotto e un danno all’ambiente, oltre che un arricchimento per pochi cavatori”. Andrea Zanoni, consigliere regionale del Pd, si sta battendo da anni contro la ripresa dello sfruttamento di una colossale cava alle porte del capoluogo della Marca, tra Ponzano Veneto e Paese. Movimenti e gruppi ambientalisti hanno tenuto alla vigilia di Pasqua un flash-mob a Montebelluna, di fronte alla sede di Alto Trevigiano servizi, la società che gestisce la rete idrica, chiedendo che venga presentato ricorso al Tar di Venezia contro il provvedimento approvato a fine anno. Un via libera ai cavatori che possono scendere fino a 60 metri sotto terra, aumentando del 50 per cento il volume di sfruttamento, scavando al di sotto di una falda, in una zona dove incombe anche una discarica.

“Non possiamo permettere l’ampliamento sottofalda di Cava Morganella fino a 60 metri, in violazione dell’attuale legge e senza sapere, dopo cinque anni, la natura dei materiali presenti sul fondo. La Regione deve assolutamente revocare l’autorizzazione firmata in fretta e furia il 31 dicembre!” così afferma la minoranza del consiglio regionale, che sospetta attività lobbistiche a favore dei cavatori. Il bello è che nel 2018 proprio Alto Trevigiano Servizi, che gestisce il servizio idrico di 52 Comuni, aveva messo in guardia rispetto al rischio che l’ampliamento dello scavo in falda potesse compromettere l’acqua dei pozzi a valle della cava. Spiega Zanoni, che ha presentato due interrogazioni: “Il progetto viola la legge 13/2018 sulle cave e quella precedente, la legge 44/1982, secondo cui per i procedimenti amministrativi già in corso ‘continuano ad applicarsi le disposizioni vigenti alla data in cui i procedimenti hanno avuto iniziò’. Sulla base della legge precedente, dai 40 metri attuali la profondità di scavo può arrivare al massimo a 43 metri, non a 60”. In questa controversia, che era cominciata nel 2008, si sono registrati due pareri che avevano finora bloccato la richiesta di un nuovo scavo di 4 milioni abbondanti di metri cubi di ghiaia. Un parere della Direzione geologia e risorse risale al 2012 e fu inviato all’Unità di Valutazione di Impatto Ambientale, un secondo documento contrario è del 2018, redatto dalla Direzione difesa del suolo dell’area tutela e sviluppo del territorio.

Poi all’improvviso, l’accelerazione nel 2020. Alla società Biasuzzi Cave spa è subentrata la Icg, che, assieme alle società Calcestruzzi e Superbeton, ha inviato una diffida al presidente Luca Zaia. Il 31 dicembre il direttore dell’area Tutela e Sviluppo del Territorio ha autorizzato il progetto ( su cui si era espressa a maggioranza a favore la Commissione Via nel 2015). Nella cava, a causa dell’emersione della falda, si è creato un enorme lago di circa 500 mila metri quadrati, e sul fondo sono stati individuati materiali sulla cui pericolosità non vi sono al momento certezze, dopo le semplici ispezioni con ecoscandaglio. Da allora sono passati 5 anni e la Regione non ha fatto verifiche, nonostante un ordine del giorno approvato dal consiglio regionale che lo raccomandava.

Duemila cittadini hanno ora firmato una petizione, senza risultati. “Si stanno chiedendo come sia stato possibile approvare dopo anni di assoluto silenzio questo progetto – conclude Zanoni – e chiedono al Presidente Zaia di revocare l’atto e al ministero dell’Ambiente, ai sindaci dei comuni interessati, Ponzano Veneto, Treviso e Paese e al presidente di Ats di impugnare il decreto davanti al Tar. Ci sono troppi aspetti che vanno chiariti e potrebbero esserci rilevanze di carattere penale, visto che in merito alla cava c’è già una condanna passata in giudicato per sversamento di rifiuti nella falda affiorante”.

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