Una decina di giorni fa, tutti i giornalisti stranieri residenti in Cina hanno ricevuto dal ministero degli Esteri di Pechino una mail che li invitava a vaccinarsi a partire dal 23 marzo. In allegato, c’erano tutti i moduli da compilare “per lei e i suoi familiari”, nonché un numero di telefono per dare conferma, in caso il giornalista in questione fosse intenzionato a farsi somministrare il vaccino cinese prodotto da Sinopharm. Costo complessivo per le due dosi (vaccinazione e richiamo): 180 yuan, cioè circa 23 euro. A che punto è la “lotta di popolo” contro il Covid-19 (tale fu definita a giugno dello scorso anno, quando un nuovo focolaio colpì Pechino, dopo quello iniziale di Wuhan)?

Da un lato si intende accelerare il più possibile il ritmo delle vaccinazioni, coinvolgendo tutte le categorie possibili e perfino i giornalisti stranieri; nel frattempo, però, dato che la Cina ha fatto molto bene sul piano del contenimento del virus, si continua con quella strategia. Nella fattispecie, visto che ha ormai prevalso da tempo la narrazione secondo cui i nuovi focolai vengono da fuori, la Cina continua con le sue politiche di selezione all’ingresso, mentre all’interno si è piuttosto liberi di circolare e condurre una vita normale.

Le mascherine e il successo del contenimento – Posto che le norme variano da località a località, questa è la situazione a Pechino: la mascherina è ormai obbligatoria solo sui mezzi pubblici e in alcuni centri commerciali, dove restano in auge la misurazione della temperatura e il controllo dell’apposito codice verde (jiankangma) sulla app dello smartphone (jiankangbao), cioè la “Immuni” cinese, con la differenza che ce l’hanno tutti o quasi; i controlli però sono molto rilassati, spesso uno entra al supermercato con la mascherina e poi se la toglie. Va detto, che in tutto l’Oriente non è un grosso problema indossarla, spesso è considerato un atto di cortesia (chissà, forse lo sta diventando anche in Occidente), tant’è che quando il governo di Hong Kong vietò di nascondere il volto durante le manifestazioni del 2019, una delle obiezioni più forti fu proprio che indossare la mascherina è quasi un “dovere civico” (oltre che un diritto). Tornando alla Cina continentale, non è neanche più necessario avere un certificato di tampone negativo per viaggiare, misura introdotta dopo il Lianghui.

Le vaccinazioni – Questo clima sereno dovuto al successo del contenimento, disincentiva paradossalmente i cinesi a vaccinarsi. Anche perché di nessun vaccino prodotto in patria sono stati finora diffusi i cosiddetti dati conclusivi di fase 3 sottoposti a peer review, solo i risultati provvisori. In molti prevale quindi un atteggiamento del tipo “vediamo cosa succede al mio vicino di casa”.

I vaccini prodotti e approvati in Cina sono attualmente cinque: due sono stati sviluppati dal gruppo farmaceutico di Stato China National Pharmaceutical Group (Sinopharm), uno da Sinovac Biotech, uno da CanSino Biologics e uno dall’Istituto di microbiologia del’Accademia delle scienze in partnership con la Chongqing Zhifei Biological Products.

Le statistiche ufficiali dicono che al 24 marzo, 85,86 milioni di dosi erano state somministrate in Cina – che diventano oltre 100 milioni considerando invece i vaccini esportati – il che pone il paese al secondo posto, dopo gli Usa, come volume di vaccinazioni. Ma date le dimensioni demografiche, siamo solo intorno al 6 per cento della popolazione, di gran lunga al di sotto delle medie statunitensi ed europee, per non parlare di Israele. Si parla inoltre di dosi somministrate e non di persone vaccinate e la maggior parte dei vaccini richiede una prima dose e poi il richiamo a distanza di un mese. L’obiettivo è quello di vaccinare il 40 per cento della popolazione entro giugno – circa 560 milioni di cinesi – per avvicinarsi sempre più alla ormai nota immunità di gregge, stimata intorno all’80 per cento. Tra prime somministrazioni e richiami, si tratterebbe quindi di inoculare circa 10 milioni di dosi al giorno, mentre la media attuale è di 2,6 milioni (nel giro di una settimana sono aumentate però di un milione al giorno, va riconosciuto). Il ministero dell’Industria fa intanto sapere che la produzione dei vaccini cinesi ha raggiunto oggi 5 milioni di dosi al giorno, ancora poche.

Le pressioni sulla vaccinazione – Quando si trova di fronte a un’emergenza o a un obiettivo da raggiungere, la Cina adotta il metodo della mobilitazione. Ai tempi di Mao, le campagne erano “di massa”, nel senso che si richiedeva alle masse di partecipare; le depoliticizzazione della società cominciata con le riforme e aperture di Deng Xiaoping, la spinta a curare il benessere economico e delegare invece la politica al Partito, ha fatto sì che queste campagne diventassero sempre più un affare burocratico, riservato ai funzionari locali, a cui sono assegnati degli obiettivi – genericamente numerici – da cui dipende la loro carriera. E così, in questi giorni, si segnalano casi di pressioni un po’ dappertutto nella grande Cina affinché la gente si vaccini. È prevedibile che aumentino con l’avvicinarsi della fatidica scadenza di giugno.

C’è un altro aspetto tipicamente cinese che ribalta le nostre convinzioni: finora può vaccinarsi solo chi è compreso tra i 18 e i 59 anni di età. Facendo l’esempio di una situazione reale, un uomo di Pechino che ha una famiglia composta da 4 persone si trova nella situazione per cui solo la moglie può essere vaccinata. I due figli sono adolescenti, lui ha 60 anni e la moglie ne ha circa 50. Il che ha indotto la consorte, almeno in un primo momento, a lasciar perdere pure lei (tanto – ricordate? – il contenimento funziona già benissimo). Una logica lontanissima da quella europea, dato che sarebbero in teoria le categorie più deboli a dover essere vaccinate per prime, non quelle produttive.

Zhang Wenhong, uno dei massimi epidemiologi cinesi, ha spiegato invece – come riporta la rivista Caixin – che la logica cinese è quella di un paese dove, grazie al successo nel contenimento, non c’è praticamente nessun focolaio attivo di Covid-19. Non essendoci un’emergenza, non è necessario vaccinare prima le persone più vulnerabili, bensì quelle più attive, che si muovono e sono più esposte alle infezioni “residue”, così si crea automaticamente una barriera alla circolazione del virus che protegge anche tutti gli altri. Al contrario, nei paesi in cui la malattia si sta ancora diffondendo rapidamente, bisogna prima mettere in sicurezza chi è più debole e rischia davvero la vita.

La “diplomazia del vaccino” – L’ultimo aspetto da considerare è la cosiddetta “diplomazia del vaccino”, specialmente dopo il deterioramento progressivo delle relazioni sull’asse Washington-Bruxelles-Pechino. Wei Fenghe, ministro della Difesa Cinese, è in viaggio ufficiale in quattro paesi europei: Ungheria, Serbia, Macedonia del Nord e Grecia. Tre di questi sono anche membri Nato, ma hanno tutti buone relazioni con la Cina per diversi motivi, tra cui l’ultimo è proprio quel vaccino che l’Europa non è stata capace finora di distribuire efficacemente.

Il 23 marzo, il vaccino cinese prodotto da CanSino ha ottenuto l’approvazione ufficiale d’emergenza in Ungheria. È l’unico vaccino monodose cinese, secondo il Quotidiano del Popolo ha un’efficacia del 65,7 per cento e del 90,9 per cento per i casi più gravi. È soprattutto un vaccino sviluppato con l’assistenza di un team di ricerca dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese ed è stato sperimentato proprio sul personale militare a partire dal giugno scorso. I media ungheresi hanno ipotizzato che Wei Fenghe e le autorità di Budapest potrebbero aver discusso proprio del prodotto di CanSino per poi passare a temi meno farmaceutici e più geostrategici: il vaccino come ambasciatore.

L’intento dichiarato di Pechino è di migliorare le relazioni militari bilaterali con l’Ungheria e con gli altri paesi visitati da Wei, arrivando magari in futuro anche a esercitazioni congiunte. Se alcuni paesi europei – come la Francia e la Germania – si accoderanno a Washington nei pattugliamenti navali nel Mar Cinese Meridionale, Pechino lascia intendere che l’Esercito Popolare di Liberazione potrebbe un giorno fare capolino ai confini orientali dell’Europa o nei Balcani. Ecco un possibile effetto collaterale del vaccino cinese.

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