Paul Gascoigne ha una sola vita, ma è già morto cento volte. È affogato in ogni pinta di birra che ha ingollato, è collassato su ogni barretta di Mars che ha trangugiato, è evaporato su ogni battuta insensata che ha sputato solo per nascondere la verità. Perché lui ha sempre avuto paura. Del silenzio, di se stesso, di non essere all’altezza degli altri. È stato così fin da quando era piccolo. Un ragazzino strambo che tendeva all’autoisolamento. Un freak che passava ore intere a pensare a cose che gli altri nemmeno percepivano. E socializzare diventa impossibile quando si parlano due linguaggi reciprocamente impenetrabili. Così ogni volta che Paul si sentiva in difficoltà ecco che interveniva Gazza. Un supereroe senza mantello e con un solo potere: quello di trasformare ogni situazione in pagliacciata, di ridurre un’esistenza in buffonata permanente. Ancora e ancora e ancora. Fino a quando gli altri non si stancavano di ridere. Fino a quando non decidevano di abbandonare quel suo mondo fanciullesco.

Ma Gascoigne è molto di più di un epigono di Peter Pan. È una persona che ha scelto di banalizzarsi in personaggio, di elevare l’eccesso a regola di vita. Un’anima di carta come quelle dei quadri di Enrico Benaglia che non lotta per vivere, ma per non morire. Una differenza che non è poi così sottile. Un concetto che ora Gazza spiegherà nel suo ennesimo nuovo tentativo di non venire risucchiato nell’oblio. Perché dal 15 marzo sarà tra i naufraghi che proveranno a conquistare l’Isola dei Famosi. Un reality per un uomo che ha trasformato la sua vita in uno spettacolo. E quando si eccede nel racconto emozionale, anche i drammi personali rischiano di trasformarsi in trash. Parlare della vita di Gascoigne vuol dire parlare soprattutto della morte. Il loro primo incontro avviene quando è ancora piccolo. Sua madre torna a casa con tre pesciolini rossi. Uno per Paul, uno per suo fratello Carl, uno per sua sorella Anna. Solo che quegli animaletti non sono il massimo della compagnia. Così i bambini decidono di utilizzarli per una corsa. Li tolgono dalla boccia e li dispongono sul bordo del tavolo della cucina. Poi con l’indice cominciano a colpirli sulla coda per farli avanzare. Una schicchera dopo l’altra, una risata dopo l’altra.

Una gara orrorosa che si conclude senza vincitori. Perché i pesciolini soffocano quasi subito. Quel giorno la morte si appiccica alle dita di Paul. È una melma nera che si infila sotto le sue unghie e risale fino ad avvolgere il suo cuore. Senza più lasciarlo. Una sera, dopo aver giocato a pallone fino al tramonto, sta tornando a casa da solo. Ha sette anni e il passo svelto di chi vuole evitare i rimproveri dei genitori. All’improvviso, però, alza gli occhi al cielo per guardare le prime stelle. E una domanda comincia a rimbalzare dentro la sua testa. “Mi sono chiesto – dirà nella sua biografia – quanto dura la vita? Per quanto vivrò? Fra quanto sarò morto? E quando sarò morto mi sentirò bene o sarà tutto diverso?”. Il respiro sincopato, il cuore che tambureggia nel suo petto, le lacrime che si ammassano negli angoli dei suoi occhi. Paul corre fino a casa. Piange e grida. Ma non sa dire perché. Quella notte si infila nel letto dei suoi genitori. Si comprime fra sua madre e suo padre. Vuole sentire il calore dei loro corpi, l’umidità del loro respiro. Perché in quel pomeriggio inglese così anonimo niente inizia a fargli paura più della vita. Un anno dopo passa a casa del suo amico Keith.

Il programma per il pomeriggio è sempre lo stesso. Provare a rubare qualche dolcetto dal solito negozio. Stavolta il fratellino di Keith, Steven, insiste per andare con loro. Paul parla con la mamma del ragazzino. Le dice di stare tranquilla, perché tanto ci penserà lui a tenerlo d’occhio. Una volta arrivati a destinazione Gascoigne inizia a gironzolare per gli scaffali. Quando si gira vede un camioncino dei gelati che si sta parcheggiando sul marciapiede opposto. Steven esce dal negozio e inizia a correre. In un attimo è dall’altra parte della strada. Neanche si accorge di quell’auto che avanza veloce. L’impatto è devastante, accartoccia quel corpicino sottile e lo scaglia qualche metro più in là. Quando Paul lo raggiunge le labbra di Steven si muovono ancora. Ma è un moto flebile, quasi impercettibile. La vita evapora dal corpo del bambino su quel marciapiede. E Paul non smetterà mai di sentirsi responsabile. Le notti diventano una maledizione. Si sveglia in continuazione ripensando a quel cadavere liso. A volte grida, più spesso si rannicchia a piangere nel centro del suo letto. È lì che si convince di essere un re Mida al contrario. Tutto quello che tocca appassisce. Un copione che si ripete anche qualche tempo dopo. A un suo cugino viene diagnosticata una grave forma d’asma. I medici gli proibiscono di giocare a pallone. I rischi di un collasso sono troppo alti. Il ragazzo obbedisce. Almeno fino a quando Paul non gli spiega che “sono solo fesserie”, perché il pallone non può che fargli bene. Il ragazzo ringrazia e segue quella nuova terapia. Sembra anche funzionare. Il pallone torna a rimbalzare fra i suoi piedi. Fino a quando, durante una partita, non si accascia su un campo alopecico della periferia inglese. Senza più rialzarsi.

“Ho realizzato che sono stato circondato da ragazzi che morivano giovani – scrive Gazza – ed io ero parzialmente responsabile”. Il dolore intacca la sua anima. E lo segnerà per il resto della sua vita. Per mesi non dorme quasi più. Può restare per ore sveglio a pensare alla morte. Quella degli altri, ma anche la sua. Un rapporto a distanza che diventa improvvisamente vicino nel pomeriggio del 5 maggio 2008. Gazza è in una stanza dell’Hotel Millennium di Londra. Ha riempito la vasca da bagno fino all’orlo, poi chiude gli occhi mente scivola verso il fondo. L’acqua calda che gli scotta la faccia, i capelli radi che iniziano una macabra danza nel liquido trasparente. Ha deciso che quello sarà il suo ultimo giorno. Ma non ha idea di quanto tempo serva per fra finita. Le sue lacrime sono gocce salate che si sciolgono nell’acqua dolce della vasca. La sua esistenza diventa un verso di T.S. Eliot: “È questo il modo in cui il mondo finisce. Non già con uno schianto ma con un piagnisteo“. L’unica cosa che sa in quel momento è che ci vuole fegato per starsene immobile a sentire la vita che sgocciola via dal proprio corpo. Un coraggio che sa di non avere. Paul si tira in piedi all’improvviso. Un corpo nudo e sgraziato che ha rimandato la sua fine. Per lui c’è ancora vita. Ed è proprio quello il problema. Perché tutto è cambiato quando ha 15 anni. Allora Gazza prende la sua prima sbronza.

E per lui l’alcool smette presto di avere la caratteristiche perverse del vizio per assumere i contorni rassicuranti dell’abitudine. Diventa anestetico. Ma soprattutto ossessione. Come tutto, del resto. Paul non riesce ad avere una passione. Deve per forza amplificare tutto. Così sviluppa una serie innumerevole di fissazioni. Per il numero cinque, per i versi prodotti dalla sua bocca, per le slot machine. Quando si trova a corto di soldi arriva addirittura a rubare qualche sterlina dalla borsa di sua sorella Anna. Perché non c’è peccato che tenga pur di poter abbassare nuovamente quella leva. E poi ci sono quelle dannate barrette. Paul non piò fare a meno di mangiarle. In continuazione. Anche se inflaccidiscono il suo corpo e sterilizzano il suo calcio. “Paul Gascoigne ha fatto più di chiunque altro per il Mars dai tempi di Marianne Faithfull“, scrive l’Independent nel 1988. Ed è vero. I suoi compagni di scuola sono particolarmente fantasiosi nel coniare nuovi nomignoli per lui. Anche se poi lo chiamano quasi sempre “barbone“. Il campo diventa un’oasi. Quando gioca Paul non ha bisogno dei suoi versi, non ha bisogno della birra, non ha bisogno delle slot. Ma il calcio occupa solo una parte del suo tempo libero. I primi provini sono un disastro. Gazza viene rifiutato dall’Ipswich. Viene rifiutato dal Middlesbrough. Viene rifiutato dal Southampton. Poi nel 1980 si fa avanti il Newcastle United.

La squadra per cui Paul aveva sempre tifato. Tutto cambia un’altra volta. La sua vita diventa una collezione di aneddoti. Nel 1982 il Newcastle acquista Kevin Keegan. Il club convoca Gascoigne, che gioca nelle giovanili. E dice al ragazzo che d’ora in avanti dovrà prendersi cura del campione. Ossia che dovrà lucidare i suoi scarpini fino a farli sembrare nuovi. Gazza ringrazia e obbedisce. Fino a quando non decide di portarsi il lavoro a casa. Prima di andare via prende le scarpette di Keegan e le infila nello zaino. E il giorno mostra quel trofeo ai suoi compagni di squadra. Solo che quando tira fuori gli scarpini si accorge di averne perso uno. Il giorno dopo torna da Keegan con lo sguardo basso e il cuore che batte. Non ha alternative. Così decide di raccontare l’accaduto e di chiedere scusa. E invece di punirlo l’attaccante scoppia in una fragorosa risata. In quel periodo Gazza pensa di lasciare, di trovarsi un lavoro come carpentiere. Per sfogare lo stress decide di scendere con il trattore tagliaerba negli spogliatoi del Newcastle, e di spaccare qualche mattonella. Torna a sentirsi un calciatore con Jack Charlton. I grandi club cominciano a contenderselo.

Paul festeggia il suo passaggio al Tottenham con un party lungo tre giorni e trentotto bottiglie di Dom Perignon. Nel 1992 passa alla Lazio. E il suo trasferimento assomiglia molto a una follia. Gazza chiede la cifra del suo ingaggio. Sono 800mila sterline. Così prende in mano la cornetta e chiama i dirigenti della Lazio. Dice di volerne 2milioni. E di volere una risposta definitiva entro 5 minuti. Quando sbarca a Roma le sue parole sono molto diverse. “Volevo la Lazio da tanto tempo e non vedo l’ora di indossare questa maglia – spiega ai giornalisti all’uscita dell’aeroporto – vedrete, saprò adeguarmi in un ambiente di conservatori“. Non andrà esattamente così. Perché Paul decide di non frequentare molto i suoi compagni di squadra. Meglio restare col suo amico Jimmy Cinque Pance. Meglio continuare a vivere nel suo mondo parallelo. A Roma la lista dei suoi colpi di tesa diventa sconfinata. Una volta si presenta al campo d’allenamento con oltre 200 ciocche di capelli posticci applicate sulla sua testa dal suo parrucchiere. “Speravo di assomigliare al cantante dei Simply Red e invece sembro mia madre negli anni Quaranta”, dirà. Le cose peggiorano quando arriva Zeman. I due non si prendono. “Era proprio un bastardo. In allenamento ci faceva lavorare come dei cani”, dice. In ritiro il Boemo fa scendere Paul dalla bicicletta e lo costringe a correre a piedi. Così interviene Gazza, che le afferra cinque bici e le scaglia giù per le scale. Ed è costretto a ricomprarle tutte. Qualche giorno dopo Gazza ruba il fischietto a Zeman e lo lega al collo di un tacchino. È uno scherzo che fa ridere tutti, tranne il suo mister. Il tiro più mancino, però, lo gioca a Cragnotti. “Allora aveva fatto una delle sue grandi entrate insieme ad altri funzionari – racconta – Io mi sono avvicinato e gli ho detto: “Tua figlia, grandi tette””. Gazza ha capito di non poter dribblare la morte. E che fra poco tornerà a prendersi gioco della sua vita davanti alle telecamere di un reality. “Gascoigne mi ricorda Marilyn Monroe – dirà Michel Caine – non era la migliore attrice del mondo, ma era una star e non ti importava se faceva tardi”. Difficile trovare un paragone più calzante.

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