L’impugnazione depositata dal pubblico ministero Beatrice Ronchi presso la Corte d’Appello di Bologna è il lungo racconto dei punti “oggetto di doglianza” e degli “errori, travisamenti, imprecisioni” contenuti secondo l’accusa nella sentenza della Corte d’Assise di Reggio Emilia del 2 ottobre 2020. Il processo è quello per gli omicidi di mafia del 1992 commessi in provincia. A essere assasinati furono Giuseppe Ruggiero e Nicola Vasapollo, appartenenti alla fazione della ‘ndrangheta che negli anni Novanta scatenò una guerra costellata di morti contro le famiglie storiche dei Dragone, Grande Aracri e Ciampà. La sentenza è quella della Corte pronunciata dal presidente Dario De Luca. Gli imputati sono i quattro personaggi che hanno deciso di difendersi nel rito ordinario: Nicolino Grande Aracri, Angelo Greco, Antonio Ciampà e Antonio Lerose.

La sentenza impugnata stabiliva un solo ergastolo per Nicolino Grande Aracri e in relazione ad un solo omicidio. Assolti invece da ogni accusa Antonio Ciampà, mandante secondo la Dda, e due presunti killer del commando di finti carabinieri che ammazzarono Giuseppe Ruggiero a Brescello nella notte: Angelo Greco e Antonio Lerose. Beatrice Ronchi sostiene che la sentenza è viziata da “omessa ed errata valutazione di prove decisive”, in particolare quando mette a confronto le dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese che hanno consentito la riapertura del processo. La domanda fondamentale, in riferimento all’omicidio Ruggiero, è: “C’era anche il milanese Aldo Carvelli tra i killer oppure no?” Dice la sentenza che Valerio e Cortese sul tema “offrono descrizioni diverse”. Per Cortese Lerose sostituiva Carvelli (attualmente all’ergastolo per altro omicidio), mentre Valerio sostiene che Carvelli c’era e prese parte alla spedizione assieme agli altri. Una contraddizione che la Corte definisce “macroscopica” e che “non consente di ricostruire processualmente, in maniera attendibile, il fatto storico”.

Nel ricorso Beatrice Ronchi attacca questa tesi, sia in punta di diritto che di logica. Poiché nessuno dei due collaboratori mente sapendo di mentire, ed è impossibile che si sbaglino entrambi, i giudici avrebbero dovuto compiere uno sforzo motivazionale per spiegare quale dei due è incorso in buona fede in un errore di cattiva memoria. Scrive la pm: “La rinuncia alla ricerca di riscontri ogni qual volta, a monte, non vi sia concordanza, definisce un atteggiamento scettico e illogico, incompatibile con una valutazione razionale della prova, fondata sulle migliori ragioni”. Il pubblico ministero riassume in 178 pagine tutti gli elementi sulla base dei quali “è possibile concludere con certezza che è stato Valerio a ricordare correttamente la presenza di Aldo Carvelli la notte dell’omicidio”. Valerio che peraltro nel confessare l’omicidio Ruggiero ha subito “il pregiudizio della condanna” (otto anni in giudicato), mentre Cortese confessò lo stesso omicidio dopo che era già stato assolto al processo degli anni Novanta. Il Collegio Giudicante al contrario si è limitato secondo la Ronchi a sancire un “azzeramento” delle due dichiarazioni.

La richiesta d’appello diventa particolarmente severa nei confronti della sentenza quando abbandona l’unico elemento di contrasto tra Valerio e Cortese per richiamare le tante e comuni narrazioni dei due collaboratori, in merito alle responsabilità dei quattro imputati. La “macroscopica divergenza” di cui parla la sentenza non incide minimamente, dice il pm, sul ruolo organizzativo ricoperto da Angelo Greco e Antonio Lerose nel programmare e pianificare la morte di Ruggiero. Non incide sul ruolo esecutivo di Angelo Greco, che entrambi i collaboratori descrivono come uno dei killer. Non incide sulle responsabilità quale mandante di Antonio Ciampà detto Coniglio. Ideatore e finanziatore della vendetta per l’uccisione di Paolino Lagrotteria, ammazzato dal killer Paolo Bellini a Cutro. Vendetta consumata portando a termine tre omicidi: i due in provincia di Reggio Emilia e quello di Dramore Ruggierio, ucciso nel settembre 1992 mentre giocava a carte nel circolo dei pescatori alle Colonie Padane di Cremona.

La richiesta di Appello si conclude con l’indicazione delle persone da ascoltare nuovamente in aula. Tra tutti spicca Nicolino Sarcone, condannato in via definitiva a 15 anni in Aemilia come capo della cosca di ‘ndrangheta reggiana e già condannato a 30 anni nel rito abbreviato di questo processo. La sua potrebbe essere una testimonianza decisiva perché nel 2017 Sarcone, manifestando la volontà di collaborare (non fu poi creduto) rese dichiarazioni ritenute dalla Dda “di grande rilievo” proprio sugli omicidi Vasapollo e Ruggiero. Chiamato a testimoniare nell’aula della Corte d’Assise Sarcone si avvalse, in quanto coimputato, della facoltà di non rispondere. Ora però la sentenza che lo riguarda finisce in giudicato e ciò comporterà per il boss della famiglia di Bibbiano l’obbligo di parlare. Ronchi affronterà l’Appello in veste di sostituto procuratore generale.

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