Una partita da 400mila mascherine chirurgiche destinate alle scuole, acquistate dalla struttura commissariale in quel momento guidata da Domenico Arcuri, per la quale vi sono “sufficienti indizi in riferimento a ipotesi di corruzione perpetrate da Vittorio Farina”. L’editore da giovedì scorso è agli arresti domiciliari insieme a Andelko Aleksic per la presunta falsificazione dei certificati in una partita da 5 milioni di mascherine vendute a marzo 2020 alla Regione Lazio. Nello stesso fascicolo della Procura di Roma sono indagati per traffico d’influenze illecite l’imprenditore salentino Roberto De Santis – da sempre ritenuto vicino a Massimo D’Alema (non indagato) – e l’ex ministro forzista, Francesco Saverio Romano. Nessun pubblico ufficiale è indagato, hanno precisato gli inquirenti al latere degli arresti. nemmeno Arcuri, che semmai è “il trafficato” (in pratica, parte lesa), come spiegato nei giorni scorsi dalla Procura. Ma la “corruzione” veniva ipotizzata a ottobre scorso dalla pm Rosalia Affinito, titolare delle indagini, in una richiesta di autorizzazione alle operazioni di intercettazione, presente nel faldone dell’inchiesta. È grazie a De Santis e Romano, destinatari di bonifici “sospetti” per 30.000 e 58.000 euro, che – secondo gli inquirenti – Farina riesce ad agganciare i vertici della Pubblica amministrazione e a proporre – o addirittura a piazzare – gli affari promossi dalla European Network Tlc srl di Aleksic, di cui lo “stampatore” è ufficialmente “delegato”.

Il pranzo con D’Alema “per incontrare Arcuri” – Nei brogliacci delle intercettazioni, chi indaga mette in fila quanto raccolto. È il 16 agosto 2020. Vittorio Farina parla con Luigi Bisignani, il noto “faccendiere” – così come definito dagli inquirenti – e, fra le altre cose, ex socio di Farina. Quest’ultimo lo informa che il giorno dopo sarà a pranzo con De Santis e D’Alema, circostanza confermata da una successiva telefonata fuori contesto, in cui Farina passa il suo cellulare all’ex premier. “Che i rapporti con De Santis e l’ex presidente D’Alema siano finalizzati a ottenere un incontro con Domenico Arcuri emerge dalle successive telefonate”, annotano gli inquirenti. Il 3 settembre, Farina e Arcuri effettivamente si incontrano. Poco dopo, Farina parla con Aleksic e gli dice: “Domenico mi ha promesso che se gli arriva la lettera, autorizza quell’acquisto”. E ancora: “Comunque ti dico che il il… adesso ti arriva l’ordine di cento, cento, cento più le mascherine è in trasmissione”. Occhio alla sequenza. Quella citata da Farina, “cento, cento, cento”, riappare anche in una intercettazione ambientale del 10 settembre, captata dalla Guardia di Finanza, con l’ex ministro Romano.

L’incontro con Romano: “Quanto ti hanno chiesto?” – I due si vedono in un noto ristorante della Capitale, alle spalle di Palazzo Madama. L’audio è disturbato. Romano dice: “Non si accontenta mica di 50mila euro”. E Romano: ‘Sono cazzi suoi… in fondo il problema me lo posso porre… ma sono cazzi suoi… sono cazzi suoi… chiamalo adesso”. Replica Farina: “Hai sentito Alfonso? Perché fa 100, 100, 100… 400”, e ancora: “Tu ti prendi 10 centesimi a mascherina (incomprensibile) una casa”. La conversazione va avanti, poi Romano esclama: “Quanto ti hanno chiesto? E adesso sono arrivati a chiedere i soldi!”. “Ciò consente – scrive il pm – ragionevolmente di affermare come Farina si riferisse proprio ad un ordine del commissario Arcuri”. Infatti, dice l’editore intercettato il 12 settembre, “il primo ordine dei quattrocentomila… è arrivato già il primo quarto (…) la cosa più importante è arrivata la lettera al Commissario unico per chiedere l’autorizzazione a fare l’ordinone”. Qualche pagina più avanti, nella richiesta dei pm alla proroga delle intercettazioni, si parla di “ipotesi di corruzione perpetrate da Farina” in merito a due appalti, fra cui “n. 400.000 di mascherine chirurgiche alla struttura di supporto del commissario Arcuri da destinare alle scuole in via sussidiaria alle multinazionali industriali Luxottica Spa e Fca Spa”.

Il “detector diagnostico” e l’incontro al Ministero della Salute – Quello delle mascherine non è l’unico affare che Farina vuole portare a termine. L’aggancio con Arcuri e le “informazioni verosimilmente provenienti dalla 12° commissione parlamentare permanente”, come sottolineano gli inquirenti, lo spingono a portare avanti diversi progetti “innovativi”. Il 30 ottobre il broker Salvatore Spagna gli parla di “un detector diagnostico” che “in 50 millesimi di secondo ti dà il 96 punto 5 di certezza che è Covid (…) costa 99.000 euro” ed è “ancora più conveniente dei tamponi perché tu puoi fare un numero di tamponi illimitati”. Una “roba immensa tu pensa che un contratto da 1000 pezzi so 99 milioni”. Farina fiuta l’affare ma Spagna ha un problema “io purtroppo questo materiale non posso mandarlo in giro, ma c’è Speranza (Roberto, il ministro, ndr) (…)”. Farina, per gli inquirenti “fa intendere di avere capito”. Il 16 novembre, Farina e Spagna, pedinati, vengono avvistati a Piazza Farnese, mentre entrano presso la sede della fondazione Italiani Europei presieduta da Massimo D’Alema, della quale, annotano gli inquirenti, fa parte anche la sottosegretaria al Mef, Maria Cecilia Guerra, “citata in diverse intercettazioni”. “Quei tamponi sono già al vaglio di Guerra”, dice Aleksic in un’altra telefonata. Il 17 novembre, alle ore 16.30, ancora Farina e Spagna, pedinati, entrano presso la sede del Ministero della Salute. Il giorno dopo, Farina chiama Spagna e gli chiede se è stato “chiamato da Roma?”, ma Spagna “riferisce di non essere stato contattato da nessuno e chiede a sua volta a Farina” se “il Max non interviene, no?”. Il giorno successivo, il 19 novembre, Farina riferisce a Spagna: “Non si è fatto vivo nessuno… lasciamoli valutare”.

Il vaccino cinese da “Michele” il ristoratore: “Chiamo subito Arcuri” – Dalle carte dell’inchiesta emerge un’altra conversazione, abbastanza surreale, circa la possibilità per Aleksic e Farina di importare “in esclusiva” un fantomatico vaccino cinese anti-Covid attraverso un ristoratore di Milano di nome Maojun Jiang, più noto come “Michele”. Michele il 30 ottobre parla ad Aleksic di questa azienda cinese che “dovrebbe essere quella che a fine anno li darà (i vaccini anti Covid, ndr) a tutti i cinesi” ma, lo avverte, “non si può vendere ai privati, solo lo Stato”. Aleksic lo rassicura, gli dice che “noi già lavoriamo con il Governo” e che vorrebbe una “esclusiva per l’Italia e per la Spagna”. Aleksic aggiunge: “Io adesso chiamerò… chiamerò subito il Commissario Arcuri e tutti quelli che conosciamo” e insiste con Michele perché “se ti hanno chiamato loro a te tu già gli scrivi… signori sto parlando con il Governo per l’Italia nessuno si muova!”. Aleksic non perde tempo e chiama Farina. Lui replica: “Dammi un pizzico di documentazione… io devo andare a Roma a parlare con… con quell’amico mio che ti ho presentato… eh lo devo fà… fà con lui perché tocca andà al Ministero”. Il 15 novembre, Farina chiama Aleksic per comunicargli che “domani c’ho appuntamento con baffo senza cuore (verosimilmente De Santis, ndr) e… a Roma per i vaccini”.

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