Si respira un clima pesante, da qualche giorno è ripartita una campagna di criminalizzazione della solidarietà che covava da mesi come brace sotto la cenere nelle carte di alcune procure. Non è certo una novità, negli anni sono state diverse le inchieste che hanno riguardato le Ong, accusate ogni volta delle peggiori nefandezze, ogni volta diverse, ma tutte riconducibili ad un impianto ideologico ben preciso, come più volte testimoniato dalle dichiarazioni alla stampa di procuratori come quello di Catania o di Ragusa. Il risultato è sempre stato identico: nulla di fatto. La mancanza di prove e le tesi fantasiose di pm palesemente ostili alla solidarietà non hanno mai retto nei tribunali che hanno di fatto sempre archiviato le inchieste, senza mai arrivare al processo vero e proprio.

E andrà allo stesso modo anche in questa seconda ondata di attacchi giudiziari in cui sempre le stesse tre procure, quella di Trapani, di Catania e di Ragusa, che nel 2017 diedero inizio alla campagna di criminalizzazione delle Ong tornano oggi alla carica con un’azione coordinata che desta più di qualche sospetto. Andrà così per le accuse mosse dai pm di Trapani nei confronti degli attivisti di Medici senza Frontiere, Save The Children e Jugend Rettet, andrà così per l’inchiesta incardinata dalla procura di Ragusa nei confronti di Mediterranea e sono sicuro che sarà ampiamente dimostrato nel dibattimento l’estraneità di Msf a qualsiasi fatto contestatole dalla Procura di Catania.

Andrà così perché salvare vite non può mai essere considerato, a diritto vigente, un reato. E perché è ormai chiaro che questo approccio diffamatorio è funzionale ad un disegno politico esplicito: deformare la realtà, confondere e polarizzare. Perché i problemi del Paese reale non sono le migrazioni o le persone che disperatamente tentano di fuggire dai lager libici, ma sono la sanità, la fuoriuscita dalla pandemia, l’economia da far ripartire, il lavoro che non c’è, le disuguaglianze che dividono e lacerano la nostra società.

Dell’inchiesta ragusana ad esempio colpisce il fatto che sia iniziata da un atto con cui di solito le inchieste terminano: un comunicato stampa. Un modus operandi che ci racconta le priorità: prima ci si preoccupa di dare visibilità all’inchiesta, poi se ne accertano i fatti. Non è un caso che nelle comunicazioni della procura non ci siano fatti né tantomeno prove, ad oggi solo illazioni poco utili al processo ma ottime per servire su un piatto d’argento l’ennesima possibilità di speculazione ai professionisti dell’odio e, stavolta ancora più sottilmente, alla propaganda politica, e a chi in questo momento ha necessità di riposizionarsi nel nuovo contesto di Governo.

E così mentre si investono tempo ed energie in inchieste, intercettazioni, agenti infiltrati a caccia di reati che non ci sono, si gira la testa dall’altra parte di fronte al più palese dei crimini: quello di non soccorrere le persone che rischiano la vita, di farlo troppo tardi, di affidare la sicurezza del Mediterraneo centrale alla cosiddetta guardia costiera libica, crimine operato da Italia e Unione Europea. È singolare che nessuna di quelle procure abbia mai aperto un’inchiesta sulle omissioni di soccorso che hanno causato la morte di centinaia di persone nel Mediterraneo centrale in tutti questi anni.

Il tempo si incaricherà di indicare chi era dalla parte giusta della Storia. Nel frattempo, come sempre, resistiamo a questa criminalizzazione sostenendo e difendendo chi lavora ogni giorno per svolgere il più naturale e il più nobile dei gesti: salvare la vita di chi è in pericolo.

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