di Claudia De Martino

A Trieste dal 2019 esiste una Ong che si chiama “Linea d’ombra”, fondata da una coppia – Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi – che si è intestata un problema che nessuno vuole guardare negli occhi: la continua creazione di nuovi lager ai confini dell’Europa. Vicini al nostro Paese e recentemente (a cavallo tra gennaio e febbraio 2021) una missione parlamentare compiuta da eurodeputati del Pd in Croazia, Bosnia e Slovenia ne ha confermato ufficialmente l’esistenza, a dispetto delle fake news di cui sono puntualmente accusate le Ong impegnate nell’aiuto dei migranti.

È dal 2015 che i due coniugi triestini hanno deciso di scendere in strada a Piazza della Libertà a Trieste e non voltare le spalle alle necessità di migranti che, al termine di un lungo e doloroso viaggio in cui le polizie balcaniche fanno di tutto per ostacolarne l’arrivo in Europa, attraversano la città come fantasmi, trasparenti alle autorità locali e nazionali italiane ma anche ad un’opinione pubblica a maggioranza timorosa o indifferente. Solo nel 2019 sarebbe nata la Ong “Linea d’ombra” – quasi un’impresa familiare allargata – per gestire le donazioni ricevute solo ed esclusivamente per assistere i migranti su quella che sarebbe diventata tristemente nota come la “rotta balcanica”, la terza a riguardare il nostro Paese (oltre a quelle già brevettate del Mediterraneo centrale e orientale).

Nel 2017 tale rotta fu rivelata all’opinione pubblica da un rapporto della Ong “Medici senza frontiere” intitolato “Games of Violence” che documentava i sistematici abusi subiti dai migranti ad opera delle polizie bulgare, ungheresi e croate: un percorso che conduce in Italia, in media, appena 5.000-10.000 persone all’anno, anche se con picchi più rilevanti in due soli anni (764.033 nel 2015 e 130.325 nel 2016, “Dossier Balcani”, Altraeconomia, giugno 2020). Nel 2020, nel pieno della pandemia, appena 5.987 persone sono approdate a Trieste: non esattamente “un’invasione”, anche se come tale continua ad essere presentata al pubblico nei pochi spazi di informazioni lasciati liberi dal Covid-19. Durante la pandemia, le autorità serbe, croate e bosniache hanno continuato a fare a gara tra di loro per assicurarsi i lucrativi appalti dell’Ue per la gestione di strutture per migranti lungo la “rotta” per “filtrare” il più possibile il loro ingresso in Europa.

È così che Paesi membri come l’Italia continuano a delegare il lavoro sporco dei respingimenti a Paesi balcanici che o fungono da cerniera – come la Slovenia – verso Paesi non Ue confinanti, o violano apertamente le regole Ue, come la Croazia, o non appartengono all’Unione stessa, come la Serbia e la Bosnia Erzegovina e, dunque, non sono tenuti a rispettarne i valori. Questo redditizio business ha causato una proliferazione di campi – 18 in Serbia e almeno 7 in Bosnia – che accolgono quelli che vengono definiti “i rifugiati per eccellenza”, ovvero circa 60.000 migranti bloccati nei Balcani, provenienti in prevalenza da Paesi a rischio (Afghanistan e Siria, in primis). Tra questi campi, spicca quello tristemente famoso di Lipa in Bosnia, visitato dalla missione di eurodeputati italiani, che hanno descritto tale hotspot come “localizzato in una radura isolata, senza riscaldamento, dove 35 persone vivono in tende di 70 mq, l’acqua potabile è un lusso, 15 bagni chimici devono bastare ai circa 950 migranti ammassati nella struttura e non è consentito l’ingresso a osservatori esterni”.

Dopo essere passati per questo inferno, i pochi migranti che raggiungono il confine italiano a Trieste vengono accolti da “Linea d’ombra”, ovvero uno sparuto nugolo di attivisti che dà loro ospitalità in città, innanzitutto prendendo atto della loro presenza e sondandone le prime necessità, ovvero curandone i diritti fondamentali, dimostrando che oltre a quel percorso infernale qualcuno è disposto ad accoglierli. “Linea d’ombra”, ovvero una coppia di coniugi che per prima nel giugno 2018 aveva acceso i riflettori sul disastro umanitario in atto sulla rotta balcanica quando i media e persino l’Oim (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni) ne ignoravano ancora l’esistenza.

La stessa coppia che il 24 febbraio si è vista perquisire la casa e requisire computer e effetti personali dalla Procura di Trieste con l’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione”: accusa alla quale i due replicano che, attraverso di loro, si è voluta colpire la solidarietà, ovvero quel barlume di resistenza civile umanitaria che è sopravvissuta al Covid-19 e all’imbarbarimento generale di una società, come quella italiana, ormai ossessionata dal distanziamento sociale e incattivita da un anno di restrizioni.

La paura generalizzata indotta dalla pandemia ha “generato mostri”, rafforzando la diffidenza nei confronti dei concittadini che non indossano bene la mascherina, fanno jogging in un parco o si trattengono all’aperto con gli amici, ma in modo ancora più accentuato nei confronti di giovani migranti giunti dall’altro estremo del mondo. La loro vitalità e la loro ferrea volontà di raggiungere l’Europa intimoriscono chi, come noi, non saprebbe più citare un solo desiderio per il quale valga la pena lottare. Tuttavia, criminalizzare le poche persone che riescono ancora a scrollarsi di dosso l’apatia e prendere una posizione nei confronti di crimini commessi appena oltre le nostre frontiere è il sintomo di un Paese stordito, che ha smarrito tutti i propri valori.

Per invertire questa deriva e arginare l’indifferenza dilagante, bisognerebbe cogliere l’invito che questa piccola Ong triestina ci rivolge a uscire di casa, nelle nostre rispettive città, per contrastare l’emarginazione sociale e il degrado a cui sono stati costretti i migranti da politiche precedenti il Covid, ma aggravati dalla pandemia: solo tendendo la mano a persone che hanno superato prove molto più dure delle nostre potremmo forse dare un nuovo inizio a questo Paese intorpidito, magari scoprendo che questo contatto può rigenerare anche noi.

Per questo sabato 6 marzo 2021 uniamoci alle varie iniziative in programma in varie città italiane per creare “ponti di corpi” in solidarietà con le attività di “Linea d’ombra”, unite nel condannare le violenze e i respingimenti ai nostri confini e nell’affermare con forza il diritto e il dovere di soccorrere chi ha bisogno, respingendo con forza la criminalizzazione della solidarietà.

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