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Violenza da partner, la voragine nel corpo che la medicina vede solo se ascolta

Qualche giorno fa ho partecipato a una formazione per operatori sanitari. Sono uscito emozionato per il rigore, e per chi ascoltava: medici, infermiere, psicologhe
Violenza da partner, la voragine nel corpo che la medicina vede solo se ascolta
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Si chiama violenza da parte del partner intimo. Una donna su tre con un partner alle spalle l’ha subita. Sei milioni in Italia. I segni non finiscono quando finisce la violenza: restano nel cervello, nel cuore, nei geni.

Qualche giorno fa ho partecipato a una formazione per operatori sanitari: “L’impatto delle relazioni violente sul corpo. Conseguenze cliniche a lungo termine (Convegno NOA Apuane, 15 maggio 2026, AUSL Toscana nord ovest)”. Sono uscito emozionato per il rigore, e per chi ascoltava: medici, infermiere, psicologhe. Le persone che incontriamo quando ci ammaliamo. Non sempre preparati come sarebbe necessario. Il direttore sanitario Giuliano Biselli ha aperto: davanti alle evidenze il ruolo del medico deve cambiare. Questa giornata ne ha portate troppe. Impossibile girare gli occhi da un’altra parte.

La voragine è doppia. Da un lato il danno. Dall’altro il vocabolario per nominarlo. La medicina cura metà del problema se non misura lo stress della relazione tossica, lunga anni o per sempre, alla radice delle malattie gravi nelle donne. Senza ascolto, senza tempo, senza domanda, la metà invisibile resta invisibile. La malattia sembra un accidente anche quando ha nome e cognome: ‘partner intimo’ in gergo, marito o convivente uomo all’anagrafe.

Una dottoressa sussurra: “Quando abbiamo la paziente davanti, l’ennesima, come si fa? come facciamo?”. Tante chiedono “perché mi sono ammalata così gravemente?”. Anche i medici quando si ammalano fanno le stesse domande. Spesso, come noi, non trovano ascolto. Quell’ascolto fa procedere la ricerca e cambia la cultura, unica via per attraversare la voragine.

Patrizia Fistesmaire (Psicologia Continuità Ospedale Territorio) ha aperto: “serve un nuovo paradigma”. Jacopo Agrimi (WISH, progettowish.it) ha tradotto in numeri la violenza nel corpo. Il 31% delle donne europee ha subito violenza dal partner: sei milioni in Italia, che vedono triplicato il rischio di depressione maggiore.

Angelo Gemignani (Neuroscienze AOUP Pisa): lo stress di una relazione violenta lascia impronte da disturbo post-traumatico. Cala il BDNF (ripara i neuroni), si assottiglia la corteccia prefrontale, si blocca la nascita di nuovi neuroni. La depressione è capacità di adattamento che si chiude. Otto settimane di mindfulness la riaprono e aumentano il volume dell’ippocampo.

Tania Zaglia, fisiologa cardiovascolare a Padova, ha rotto un dogma. Il cuore non è una pompa: rete di cellule e nervi, più innervata nelle donne. Sotto stress cronico, nei modelli animali, pareti ingrossate, cicatrici, morte improvvisa.

Barbara Molon (immunologia tumorale Padova) e Dajana Glavas (oncologia WISH): lo stress relazionale indebolisce le difese e il corpo delle donne diventa terreno fertile per i tumori.

Giulia Melis (linea umana WISH) ha costruito un protocollo con il Centro Antiviolenza di Padova e la Clinica Mangiagalli. Donne con violenza da partner, età media 35 anni: punteggi da 65enni con declino cognitivo. Si emoziona portando i risultati: perché i numeri sono solo la punta dell’iceberg di storie che ogni giorno tocca con mano, e guarda negli occhi. Non è una scienza staccata dalla realtà, quella dei convegni, quella che ho incontrato a Massa, ma una scienza che non ha paura di restare in ascolto.

“Quando abbiamo la paziente davanti, come facciamo?”. La risposta vive in una grammatica di attenzione al corpo, che i filosofi antichi padroneggiavano e noi abbiamo dimenticato. Ma sono pratiche che le neuroscienze misurano e ce le rimettono a disposizione. Il convegno di Massa ha socchiuso una porta cui la medicina non si affaccia.

Un’altra dottoressa: “Certo che se non chiedi nulla alla paziente, se ti limiti al sintomo, l’episodio di violenza non salta fuori”. Lo dice piano. Se i medici ascoltassero ogni donna con diagnosi grave, due cose accadrebbero insieme. Pazienti supportate come persone intere, non come portatrici di un sintomo. I numeri dell’orrore travolgerebbero chi ha la spudoratezza di negare la violenza come fattore di rischio clinico. Claudio Terranova (medico legale) rafforza: un danno misurabile è anche prova oggettiva, in aula. Il corpo ha conservato la prova. La voragine si attraversa in due: chi parla e chi sa ascoltare. Da quella connessione, un nuovo paradigma di cura.

La scienza inizia a trovare le parole per portare alla luce i segni della violenza. Parole nuove che in ospedale possono cambiare la vita delle pazienti e la cultura. Quella cultura patriarcale che ci chiede di spendere i soldi nelle armi anziché in salute e ricerca. La cultura non si cambia nei talk show o in un articolo online, ma con le azioni quotidiane. Che iniziano in giornate come questa.

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