La sensazione è che stia accadendo esattamente quello che non sarebbe dovuto accadere. Al di là delle roboanti dichiarazioni dei leader di mezzo mondo, Unione europea in testa, quella per i vaccini sta diventando una guerra con vincitori e vinti. Paesi di serie A, serie B e C. Comportamento suicida se si ascoltano i moniti degli esperti: un pianeta vaccinato “a chiazze” non risolve il problema perché il virus rimbalza da una latitudine all’altra e aumenta il rischio che si sviluppino le temute “nuove varianti”. Il nazionalismo vaccinale “nuoce a tutti e non protegge nessuno” ha tuonato il direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Il tema è stato al centro del vertice G7 “virtuale” che si è svolto ieri. L’Unione europea ha affermato che raddoppierà a 1 miliardo di euro il suo contributo all’Oms. Il presidente statunitense Joe Biden propone uno stanziamento di almeno 4 miliardi di dollari insieme ad altri paesi.- “La pandemia sarà sconfitta solo quando tutti saranno stati vaccinati nel mondo”, ha affermato Angela Merkel, dopo l’incontro. Il presidente francese Emmanuel Macron ha invocato un maggior impegno nel sostegno ai paesi più poveri. Passi in avanti certo, ma di parole i leader occidentali non sono mai stati avari. Di dosi di vaccino e soldi, al contrario, sì.

A fine gennaio, in tutto il continente africano erano state vaccinate 25 (venticinque) persone. Il dato più aggiornato relativo alla sola Algeria è di 30 vaccinati. Al momento si stima che paesi come il Ghana e tutta l’Africa subsahariana completeranno il programma vaccinale non prima del 2024. Ai paesi con redditi medio bassi è al momento riservato il 32% delle dosi ma in questi confini risiede l‘84% della popolazione mondiale. Le cause di questo tragico ritardo sono molteplici, alcune di possibile rapida risoluzione, altre meno. Per ora il programma di aiuti ai paesi più poveri rimane fatto di tante parole, molte promesse e pochi soldi. Eppure anche da un punto di vista finanziario, la rotta sembra quella che punta dritta verso l’iceberg. Secondo il Fondo monetario internazionale la carenza di vaccini nei paesi emergenti potrebbe dilatare drammaticamente i tempi di una ripresa economica innescando una crisi finanziaria su scala globale.

La questione dei brevetti – Sud Africa e India si sono fatti portavoce di una richiesta ufficiale all’Organizzazione mondiale sul commercio perché i vaccini anti Covid vengano liberati dei brevetti. In questo modo qualsiasi paese potrebbe avere accesso senza costi alla “formula” e iniziare a produrre in loco i vaccini, almeno nei paesi dotati delle strutture necessarie. Stati Uniti, Unione europea, Gran Bretagna, Canada e Australia, i “ricchi” insomma, hanno detto no. Hanno accolto le istanze delle case farmaceutiche, tutte con sede nei loro territori, che, cedendo i brevetti, vedrebbero andare in fumo profitti miliardari. Certo, ufficialmente i motivi sono altri…a cominciare dalla tradizionale linea di difesa che se non ci sono i guadagni le case farmaceutiche non investono. Peccato che la prima, e più rischiosa, fase di studio e sviluppo del vaccino anti Covid sia stata fortemente sussidiata da fondi governativi.

Secondo alcune stime il programma vaccinale completo su scala globale vale almeno 35 miliardi di dollari all’anno. Ed è una stima estremamente conservativa perché è possibile che la campagna vaccinale dovrà essere periodicamente ripetuta. La statunitense Pfizer ha stimato che nel 2021 i suoi ricavi saranno superiori rispetto alle precedenti previsioni di 15 miliardi di dollari, grazie al vaccino sviluppato con BioNtech. I ricercatori dell’università Oxford, che hanno ottenuto il vaccino commercializzato dall’inglese AstraZeneca, avevano espressamente chiesto che il farmaco fosse esente da diritti e commissioni. Il governo britannico si è opposto, facendo in modo che il grosso della produzione rimanesse sul suolo inglese. Pfizer e Moderna hanno espressamente affermato di non essere disposte a rinunciare ai profitti garantiti dal vaccino.

Incredibilmente solo due settimane fa la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente della commissione Ue Ursula von der Leyen avevano invocato con la mano sul cuore, durante un forum organizzato dal quotidiano francese “Le Monde”, un rafforzamento della cooperazione internazionale nella lotta contro la pandemia impegnandosi ad “incoraggiare la libera circolazione delle licenze sui vaccini”. In passato la stessa Organizzazione mondiale della sanità aveva lanciato un’iniziativa rivolta alle case farmaceutiche perché liberassero i vaccini dal brevetto. Nessuna azienda ha aderito.

Oltre al danno c’è però anche una beffa perché il costo delle dosi varia drammaticamente da un paese all’altro. Il vaccino Astrazeneca è stato venduto all’Unione europea al prezzo di circa due euro a dose. Per l’Uganda il costo salirà fino a 15 euro. I vaccini Pfizer e Moderna sono molto più costosi (circa 13 euro il prezzo per l’Ue), difficile che qualcuno a Sud del Mediterraneo se li possa permettere. Perché queste differenze? I paesi ricchi hanno un maggiore forza contrattuale e in molti casi hanno co-finanziato la fase di studio e di sviluppo dei vaccini acquistando così diritti di prelazione e potendo fissare in anticipo il prezzo. Finché le dosi vengono prodotte in Europa e Stati Uniti, per tutti gli altri paesi si aggiungono i costi di trasporto.

Covax: il piatto, per ora, piange – A questo stato di cose dovrebbe porre rimedio, o almeno mettere una pezza, “Covax” ossia la struttura creata e gestita da Oms, Cepi (Coalizione globale creata nel 2017 per lo sviluppo e la distribuzione dei vaccini) e dalla ong svizzera Gavi. Covax è l’asse portante di un più ampio programma chiamato Act accelerator che include non solo i vaccini ma anche tamponi e forniture medicali. Come ribadito al fattoquotidiano.it da Gavi, “l’obiettivo sarebbe quello di somministrare 2,3 miliardi di dosi di vaccino nel corso del 2021”. Al momento 1,6 miliardi di dosi sarebbero state già assicurate, altre 700 milioni sarebbero ancora in fase di negoziazione. Considerando la doppia somministrazione immunizzando così circa un miliardo di persone, molto poche rispetto alle reali esigenze: appena il 20%.

Più nel dettaglio, dalla rendicontazione fornita da Gavi al fattoquotidiano.it, soltanto 410 milioni di dosi sarebbero finora davvero vincolate. Come spiega il portavoce della ong svizzera “170 milioni di dosi Astrazeneca/Oxford sono già impegnate, così come 20o milioni di fiale provenienti dal Serum Institute of India sempre di vaccini AstraZeneca/Oxford o Novavax e infine 40 milioni da Pfizer, di cui alcune sarebbero solo opzionali”. Riguardo alle restanti, una dichiarazioni di intenti è già stata firmata per “200 milioni con Sanofi-Gsk”. Sotto la dicitura “opzioni” compaiono altre 900 milioni di fiale dal Serum Institute of India, più altre 500 milioni di dosi del vaccino Johnson & Johnson Janssen ancora in fase di approvazione.

Ed è tutto da vedere che questi obiettivi vengano raggiunti. Il ritardo nelle forniture si ripercuote, a cascata, sulle dosi “dirottate” dai paesi ricchi a Covax. La casa farmaceutica Pfizer destinerà qui appena il 2% della sua produzione. Nel complesso, la struttura risulta al momento sotto finanziata. I fondi effettivamente a disposizione ammontano a 2,4 miliardi di dollari, sebbene quelli effettivamente versati siano solo una parte. Per raggiungere gli obiettivi 2021 servirebbero almeno altri 2 miliardi. Il “funding gap” dell‘intero programma Act viene stimato in 27 miliardi di dollari. Sembrano grosse cifre ma, come ha fatto recentemente notare il Financial Times, sono irrisorie se paragonati ai 5mila 600 miliardi sinora stanziati o annunciati dai paesi ricchi come interventi contro la crisi pandemica. L’Italia si distingue per l’esiguità del contributo, appena 115 milioni di euro, meno di Germania, Francia e Spagna. Un decimo rispetto alla Gran Bretagna.

Il problema del trasportoFrank Appel, numero uno di Dhl colosso tedesco nel settore degli spedizionieri ha recentemente denunciato ritardi da parte dei governi nella messa a punto di una rete di trasporto adeguata alla gigantesca sfida logistica parlando di una “veduta corta ed emergenziale” da parte della politica. Appel, segnala come nei prossimi due anni andranno recapitate 10 miliardi di dosi che per di più viaggiano con determinati requisiti come le bassissime temperature di conservazione. Per farlo servirebbero 15mila voli ma, al momento, la flotta a servizio di questa impresa è largamente insufficiente. Il numero uno di Dhl sottolinea come i 2/3 della popolazione globale faticheranno a ricevere i vaccini e ricorda come al momento nel mondo ci siano migliaia di aerei inutilizzati ma non esista alcun piano per incrementare la capacità di recapitare le preziose e delicate fiale.

Sindrome brasiliana– In Brasile intanto oltre alla pericolosa nuova variante si è sviluppato anche un “salto di specie ideologico”. Nel paese guidato da Jair Bolsonaro la segmentazione delle vaccinazione è questione non solo internazionale ma prettamente interna. Chi paga viene vaccinato, chi non può permetterselo aspetta. Il tutto passa naturalmente attraverso la sanità privata che supplisce alle lentezze dell’apparato pubblico, acquistando direttamente i vaccini dai produttori per poi somministrali ai propri clienti.

Per sconfiggere davvero il virus il genere umano dovrebbe mostrare il suo meglio, per ora sembra stia emergendo il peggio. Il vaccino è usato per arricchirsi oppure per esercitare e/o rafforzare influenze geopolitiche. Sembra molto più una guerra più che una gara di solidarietà. Anche se la lezione del coronavirus, almeno da un punto di vista sanitario, sembra essere chiara: “o ci salviamo tutti o non si salva nessuno”.

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