E se domani, mentre siamo immersi nei nostri cellulari o stiamo guardando un programma televisivo, una partita, la nostra serie tv preferita, tutti gli schermi diventassero neri?

Disorientamento, catastrofe, silenzio. Sono queste le parole che saltano alla mente del lettore dell’ultimo romanzo dello scrittore italoamericano Don DeLillo, Il silenzio (ed. Einaudi). Ma c’è anche un’altra parola a cui non si può fare a meno di pensare: profetico. Sì, perché il libro, scritto poche settimane prima dell’avvento del Covid – come ha affermato la storica editor dell’autore, Nam Graham -, racconta uno stato di “sospensione” familiare al lettore del 2021.

La storia è ambientata a Manhattan, nel 2022. Un uomo e una donna sono in volo dall’Europa a New York. In città, tre amici li aspettano in un appartamento dell’East Side: una professoressa di fisica in pensione, suo marito e un suo ex studente, geniale, visionario e con una passione per le teorie di Einstein. La coppia sull’aereo conversa, lei scrive, lui controlla numeri, messaggi sugli schermi che indicano temperatura e velocità di volo, si chiede quando arriveranno gli snack. All’improvviso arriva, misterioso e non annunciato, il blackout, il silenzio. Gli schermi diventano neri, la tecnologia ammutolisce, l’aereo è costretto a un atterraggio di fortuna. Nell’appartamento, invece, ci si appresta a guardare uno dei grandi eventi collettivi americani, il super bowl. Ma anche qui, mentre i giocatori sono in campo, la televisione non risponde più agli sguardi degli spettatori. Lo schermo diventa nero. Attacco terroristico? Incidente? Collasso della – tirannica – società dell’informazione di massa? I personaggi sono ora in balìa degli eventi, soli con se stessi e gli altri tra le mura di un condominio di New York, la città che non dorme mai e che ora si trova immersa in un blackout forse presagio del collasso della civiltà. Impossibile trovare risposte, sapere se le persone dall’altra parte del mondo vivono la stessa situazione. Gli oggetti a cui abbiamo delegato la nostra capacità di informarci su tutto e su tutti non hanno nulla da dirci. Le persone in strada formano una folla che unisce, amalgama, appiattisce. Una massa che condivide un terrore atavico e insieme postmoderno: quello del crollo della tecnologia, del ritorno al buio.

Dopo Zero K – accusato da molti di aver strizzato l’occhio alla fantascienza, ma osannato dalla temutissima critica del “New York Times”, Michiko Kakutani – ne Il silenzio lo sguardo di Don DeLillo, ancora una volta, abbraccia e racconta le ansie del presente, ricorrendo a uno stile asciutto che non cede a sensazionalismi, ma che riesce a delineare lo smarrimento dovuto a una catastrofe ovattata, improvvisa, muta. Sensazione che lo scrittore aveva già analizzato nelle sue opere precedenti come Rumore bianco, dove i supermercati sono i non-luoghi e i templi del consumismo in cui l’uomo si avventura alla ricerca di sé, o Underworld, in cui i rifiuti della società post-moderna sembrano delineare la mappa del nostro mondo, dei nostri affetti e delle nostre angosce più profonde.

Il silenzio conferma DeLillo come uno tra i migliori osservatori del presente e nelle poche pagine che compongono il romanzo i lettori ritroveranno i temi cari all’autore: minacce silenziose che incombono su una società preda della tecnologia e del consumismo, frasi brevi e apocalittiche che sembrano slogan postmoderni pregni delle paure contemporanee, l’ampio spazio dedicato a riflessioni – tra il filosofico e lo scientifico – su tempo, spazio e cyberspazio. E, in più, il lettore non potrà che riconoscere nelle vicende dei personaggi echi di quanto sta vivendo oggi. A romanzo concluso resta inoltre la sensazione che DeLillo guardi al mondo in modo lucido e senza giudizio, attraverso uno sguardo profetico che restituisce la geografia di un mondo delilliano fatto di paure silenziose e ansie quiescenti nel quale tutti, forse inconsapevoli, viviamo.

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