Firenze, ala a nord-ovest della ex-Scuola dei marescialli dei Carabinieri, in piazza Stazione. Qui c’è uno spazio affrescato di suggestiva bellezza, la Cappella del Papa, che custodisce un segreto finora rimasto praticamente sconosciuto. Nella sala, teatro di eventi di straordinaria importanza nei secoli passati, già nella seconda metà del XVI secolo i membri dell’Accademia fiorentina si riunivano per recitare la Divina commedia. La notizia si ricava da una lettera datata luglio 1566, presente nel mare magnum del fondo Mediceo del Principato e conservata nell’Archivio di Stato di Firenze. La Cappella sarebbe stata contesto perfetto per arricchire il futuro Museo della lingua italiana, che nascerà (non prestissimo) nel complesso monumentale di Santa Maria Novella. Specie in occasione degli omaggi a Dante Alighieri a 700 anni dalla sua morte, avvenuta a Ravenna nel settembre del 1321. Ma le istituzioni coinvolte hanno deciso di non includerla nel progetto.

Polemiche a parte, la Cappella resta un luogo dove la storia e la storia dell’arte sono transitate varie volte lasciando dei segni spesso indelebili. Gli accademici, infatti, non avrebbero mai scelto un posto a caso per le loro lezioni e tantomeno “per recitarvi poi la Comedia”, per cui dovevano essere ben al corrente della sua importanza, così come delle “implicazioni” dantesche. La Cappella del Papa, infatti, faceva parte del cosiddetto “Laterano fiorentino” – una serie di ambienti destinati a ospitare i papi in transito da Firenze – costruito durante il secondo decennio del ‘400. Nel 1419 fu ospite in Santa Maria Novella Papa Martino V dopo la sua elezione a Costanza; vent’anni dopo, nel 1439, proprio in quelle sale si tenne il Concilio di Firenze che doveva sancire la “ricucitura” (poi non avvenuta) tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli. Nella Cappella si trattavano gli affari privatamente, per poi essere discussi nelle sessioni generali. Il Patriarca Giuseppe, capo della Chiesa d’Oriente, perse la vita addirittura durante quel Concilio e, come ricorda oggi un cenotafio nella Basilica, fu sepolto in Santa Maria Novella.

La Sala Grande di quegli spazi fu poi usata da Leonardo da Vinci durante gli studi preparatori e la realizzazione del cartone della Battaglia di Anghiari, la grande pittura murale che decorava la Sala del Gran Consiglio (oggi Salone dei Cinquecento); il fatto è ricordato da una targa leggibile nel Chiostro Grande di Santa Maria Novella. In seguito, la Cappella del Papa fu preparata per ricevere a Firenze la visita di Papa Leone X (figlio di Lorenzo il Magnifico) il 30 novembre 1515. L’incarico delle decorazioni – raffiguranti l’Incoronazione della Vergine – fu affidato a Ridolfo (figlio di Domenico) Ghirlandaio, ma fu completata da Pontormo che, oltre ai due putti sulle volte, dipinse la famosa Veronica sulla parete d’ingresso, considerata una delle realizzazioni più straordinarie della pittura fiorentina del ‘500.

Si arriva così al periodo ducale: gran parte di quegli ambienti furono demoliti nel 1563 per volontà di Cosimo I, per realizzarvi il nuovo Monastero dell’Immacolata Concezione, fondato dalla duchessa Eleonora di Toledo; la Cappella del Papa fu risparmiata ed è ancora oggi visibile solo grazie a delle visite guidate. O meglio, tornerà a esserlo quando i musei riapriranno al pubblico. Ma intanto sapere che proprio in quella sala, meno di 500 anni fa, c’era chi declamava Dante, rinsalda il (tardivo) amore di Firenze per Dante.

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